Di cosa stiamo parlando

Anime affamate si aggirano per la verde terra del Signore. Ruminanti di Spirito in cerca di nuove essenze. Se questa fosse una condizione comune a tutti gli uomini e le donne saremmo, come si suol dire, un pezzo avanti. Ciò non toglie che di anime in cerca di cibo ve ne siano e che addirittura alcune di queste non si limitino a mangiarne fino allo strafogo per poi morirne soffocate, rigonfie di Essenza. Alcune di queste anime, ebbene sì, si preoccupano anche di contribuire al banchetto. A tal proposito, un pomeriggio ebbi il modo e la fortuna di assistere alla seguente conversazione svolgersi nella privacy della mia stanza.

– Ehi tu… sì dico a te, proprio te Miles.
– Sono John… ciao – la mano tesa – ti ricordi, no? John.
Miles gli si rivolse con sguardo arcigno e con voce… be’, con quella voce là:
– Ah sì, John… John, John, John… bravo John.
– Sì… certo. Senti non vorrei sfavarti, però questa te la devo proprio dire – disse John sporgendosi verso di lui – insomma, in questi giorni mi sto friggendo e rifriggendo il cervello con queste cazzo di take su cui stiamo lavorando e allora sai cosa ho pensato?
– Dimmi Johnny bello, dillo al vecchio Miles cosa ti frulla in quel testone.
– Be’, ho pensato che fino adesso non avevo combinato un bel cazzo di niente, ecco cosa. – Giusto per sottolineare il concetto, John emise un orribile suono sfiatato (anzi, mi spingo persino ad utilizzare l’aggettivo pernacchioso) soffiando mollemente nell’ancia del sax soprano.
– Capisci Miles bello? Rendo l’idea?
– Continua Johnny, vai avanti, sviluppa – disse inclinando la testa.
– Sviluppo. Ecco bravo. Come al solito arrivi, te ne stai lì e ascolti e d’improvviso cacci quelle tre note che ti risolvono la questione. La sintetizzano punto. Tu non suoni la tromba, tu risolvi equazioni armoniche con eleganza. Ma questa è un’altra roba.
Tutto questo, Johnny, lo aveva sciorinato con sguardo ammirato, tenendo il braccio teso come ad indicare un monumento vivente ad una massa di straniti turisti immaginari.
– Lo sviluppo è il punto. Lo sai perché non ho combinato un cazzo fino ad oggi? Fino ad ora? Perché mi accontentavo di fare quello che dovevo. Dovere, capito? Difficile dare qualcosa di sé stessi quando ci si accontenta di fare ciò che gli altri si aspettano che tu faccia.
Nel parlare, Johnny sollevava di continuo la mano destra, per sventolarla e poi appoggiarla di nuovo al sax e poi ricominciare da capo.
– Poi tu mi telefoni. Mi porti qui, dici che vuoi suonare e mi piazzi qui dentro a questa stanza e mi dici: “suona, Johnny bello, tu suona.” Allora suono e mentre lo faccio ti guardo e penso e ti guardo ancora. Tu non guardi niente, nessuno. Tu non sei lì o qui o dovunque il tuo corpo si trova. Tu sei altrove, oltre. Continuo a guardarti e penso e ripenso e poi arrivano. Nette, schiette, deflagranti quelle tre note.
L’indice della mano destra di Johnny fendette con precisione l’aria per due volte prima che lui spalancasse d’improvviso le braccia, come a mimare un’esplosione.
– A quel punto qualcosa scatta nel mio bel testone. Non so cos’è o come si chiama, però lo so. Lo sento proprio lì, è mio. Allora chiudo gli occhi, perché non voglio correre il rischio di perderlo ora che lo sento per la prima volta. Ma non appena le mie palpebre calano, questo esce potente, liberato e liberatorio e capisco che finalmente ho dato qualcosa, che l’unico modo per dare è sforzarsi di non trattenere. Ho creato, ho dato, e si trattava solo di imparare a lasciare andare, perché era già tutto dentro di me. Ero Io.
Miles annuì, rise della sua risata rauca e diede due pacche affettuose sul ginocchio di Johnny, prima di alzarsi e svanire insieme a lui in una scia di fumo azzurrino.

Musica e letteratura. Manicaretti per anime in eterna tensione verso qualcosa di più, rivolte nelle direzioni più disparate. Anime in continuo mutamento perché è proprio questa l’unica vera, immortale, costante.

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