Il post punk dissociativo dei Ganser

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Viviamo nell’era del tutto e del post-tutto. Post-moderno, post-rock, post-grunge, post-punk e la lista potrebbe continuare ancora per molto. Siamo arrivati ultimi, alla fine di tutto, dopo tutto e nonostante tutto. Cionondimeno o forse proprio per questo, non riusciamo a staccarci da quello che c’è stato prima e creare una nuova identità. Riusciamo a definirci soltanto come i successori di qualcosa o di qualcuno e sembriamo incapaci di rielaborare le nostre esperienze e le nostre conoscenze per sintetizzare una nuova sostanza. Viviamo in un mondo in cui tutto è a portata di mano, dai rotoli del Mar Morto digitalizzati all’ultimo libro di Fabio Volo, dai canti gregoriani all’ultimo album spaccaculi di Kendrick Lamar. Lo scibile umano degli ultimi duemila anni è a portata di mano di chiunque. Come se non se ne fosse mai andato; come se passato presente e futuro esistessero tutti insieme in un unico eterno istante e niente potesse essere dimenticato. L’eccesso di informazioni ha generato eccesso di scelta e ci ritroviamo paralizzati, incapaci di prendere una direzione. Ma cosa sono il post-moderno, il post-rock, il post-grunge e il post-punk etc.? Non sono altro che i rispettivi generi vestiti con gli abiti e gli accessori più à la page. Versioni barocche di archetipi che in quanto tali non tramonteranno mai. Da circa trent’anni viviamo in un’epoca neobarocca in cui l’unitarietà è stata sostituita dai frammenti e dai dettagli. La differenza fra i due è sensibile. Per farla breve, possiamo dire che il frammento è figlio naturale dell’entropia, non ha confini definiti, mentre il dettaglio è scelto da un soggetto e cesellato con precisione secondo un suo principio ordinatore.

In un contesto come questo, la musica dei Ganser è figlia naturale e legittima dei suoi tempi. Il progetto nasce nel 2014 a Chicago, Illinois, dall’unione di due tenebrose donne, Alicia Gaines e Nadia Garofalo. Le due ragazze sanno cosa vogliono e come ottenerlo; definiscono la loro musica come un insieme di urla e mormorii dissociativi. Il sound appare ragionato e dettagliato sin dal primo EP, “Less”, pubblicato nel gennaio 2015. La sezione ritmica è martellante e composta, essenziale ed efficace. Il synth contribuisce a caricare l’atmosfera di inquietudine al sapore di anni ottanta. La chitarra, con la sua distorsione acida, ricama con precisione sull’intreccio sonoro. Le voci delle due cantanti si alternano e si fondono tessendo trame di incubi intrisi di sensualità oscura. “This is what compels me to compel them, and I would do it by whatever means necessary”, con questa frase di Nina Simone si apre “GOMER”, la prima traccia del disco. Un dettaglio, secondo la definizione che ne abbiamo dato pocanzi. Il titolo è un acronimo cinico (Get Out Of My Emergency Room) che nello slang ospedaliero identifica soggetti ormai ridotti a un pallido ricordo di essere umano a causa della vecchiaia e della demenza, ma che ciononostante continuano a restare in vita e occupare posti in ospedale. Oppure, più in generale può essere riferito a persone considerate rifiuti della società. È probabile che l’unione fra la citazione di Nina Simone e il significato del titolo sia una protesta più o meno esplicita contro i pregiudizi di cui sono vittime gli afroamericani negli Stati Uniti. Ma questo tipo di denuncia sociale è solo un frammento nella musica dei Ganser, non un dettaglio accuratamente predisposto né tantomeno una nota di fondo costante.

Fino alla pubblicazione del secondo EP, “Audrey”, nel febbraio del 2016, il gruppo (che nel frattempo si è arricchito della presenza del batterista Brian Cundiff e del chitarrista Charlie Landsman) lavora su composizioni di Gaines e Garofalo. Le tre tracce che lo compongono non si discostano infatti dalle sonorità dell’esordio, ma ci permettono di percepire nuove sfumature che contribuiscono a rendere il quadro più particolareggiato.
This feels like living”, ultimo EP in ordine cronologico, pubblicato il 15 novembre 2016, presenta per la prima volta brani composti con il contributo di tutti e quattro i membri del gruppo. L’uscita del disco è stata anticipata dalla pubblicazione del singolo “Pyrrhic Victory”, una traccia oscura che descrive l’angoscia di una conquista ottenuta a un prezzo troppo alto. La seconda traccia, “(what are you doing here?)” è un frammento estemporaneo nel sound del gruppo. Come se all’improvviso vedeste qualcuno che mai vi sareste immaginati di incontrare in un dato momento e in un certo luogo. Potrebbe essere un amore antico e mai sopito o un caro amico che credevate perduto. Il contesto sublima nell’intensità elettrica degli sguardi mentre i vostri pensieri coincidono, “cosa ci fai tu qui?”. L’incantesimo si rompe con il punk rock di “Machine Men” e di “Candor”. Insieme a “Strategies for Living”, le ultime tracce del disco segnano un leggero cambio di rotta rispetto agli esordi, che con tutta probabilità verrà sviluppato nelle prossime produzioni. L’intera discografia del gruppo può essere ascoltata e acquistata su Bandcamp.

In psicologia, la sindrome di Ganser è un disturbo dissociativo non altrimenti specificato, raro e difficile da diagnosticare, che porta il soggetto che ne è affetto a dare risposte trasversali a domande molto semplici, delle quali non potrebbe non conoscere la risposta, oppure a manifestare altri sintomi più gravi come allucinazioni o stati confusionali. Spesso considerata una patologia simulativa, è nota anche come il malessere del prigioniero, dato che è stata per la prima volta diagnosticata ad alcuni carcerati. Le sindromi dissociative nascono per sottrarsi a un trauma che un soggetto non riesce a elaborare. L’identità della persona si dissocia, originando stati di fuga o amnesie o personalità multiple. La musica dei Ganser con tutta probabilità vuole essere una reazione dissociativa allo stress e ai traumi generati dalla crisi della società contemporanea. Non una fuga, ma una valvola di sfogo per esternare il dolore, l’angoscia e il disagio e farli di nuovo propri attraverso un processo catartico.

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Articolo realizzato per Impatto Sonoro – Rubrica Soul Food.

Copyright Filippo Mattioli, riproduzione riservata.

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