THE GROWLERS: THE DARK SIDE OF THE BEACH

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C’è una frase, attribuita ad Albert Camus, che in questo periodo dell’anno si sente spesso ripetere a Bloomington, la piccola cittadina dell’Indiana dove ho passato questi tre mesi della mia vita appena trascorsi: “l’autunno è come una seconda primavera, quando ogni foglia è un fiore.” Se c’è un posto nel mondo dove questa frase è vera, quel posto è proprio Bloomington. Scomparsa la soffocante cappa di umidità che cala sulla città durante i mesi estivi, fra settembre e ottobre la primavera sembra tentare un’altra estemporanea sortita. Il sole splende alto nel cielo terso, attraversato di tanto in tanto da veloci formazioni di nuvole spinte dal vento fresco e asciutto. Piccoli stormi di poiane, isolati e disordinati, pattugliano i cieli fin dalle prime ore del mattino e gli alberi sembrano rinvigorirsi e caricarsi di nuova energia, quasi si preparassero a mettere in scena l’ultima grande rappresentazione, prima di spogliarsi e ritirarsi in sé stessi per affrontare le temperature terribilmente basse che l’autunno inoltrato e l’inverno portano con sé in questa parte degli Stati Uniti. Allora le loro chiome, di un verde carico e quasi sfrontato, iniziano a tingersi gradualmente di biondo per poi accendersi di un rosso vivo e carnoso, come un fuoco di passione che divampa alto e vorace, prima di spegnersi e sopire per lungo tempo.

Bloomington è soprattutto una città universitaria, per cui i locali in cui passare la serata non mancano. Una sera eravamo al Bishop, un piccolo pub scalcinato e male illuminato di South Walnut Street, più lungo che largo con file di tavolini e divanetti sulla sinistra e un alto e lungo bancone sulla destra. Alle pareti erano appesi quadri che per lo più rappresentavano non troppo fedelmente alcune copertine di famosi dischi rock. Il locale offre una pessima selezione di birre annacquate a prezzi accettabili, ma compensa con una buona selezione musicale. Il DJ di quella sera proponeva un’ottima selezione di dischi garage, surf e punk rock premurandosi di esporre le copertine mano a mano che le canzoni scorrevano. Stavo sorseggiando un mezzo litro di PBR molto diluita e con un vago retrogusto di cesso per la bellezza di due dollari, quando per la prima volta ho sentito una canzone dei The Growlers. L’album era “Hot Tropics” uscito nel 2010 per la Everloving Records (etichetta americana con cui hanno pubblicato fino al 2014), la canzone “What It Is”. Colpito dalla loro psichedelia lo-fi frutto di una fusione fra garage, surf rock, country, folk e reggae con testi piuttosto cupi, ho deciso di approfondire la loro conoscenza. Il gruppo attualmente è composto da Brooks Nielsen, il cantante che con il suo timbro particolare e i suoi testi costituisce il vero elemento distintivo del gruppo; Pat Palomo, bassista in generale capace di costruire linee in buon equilibrio fra melodia e ritmica; Scott Montoya, batterista essenziale e preciso e Kyle Straka alla chitarra e alle tastiere. I ragazzi hanno base a Costa Mesa, California, e agli inizi della loro carriera vivevano in un magazzino al cui piano terra avevano attrezzato una piccola sala prove con banco di registrazione. Nei primi mesi di vita della band, incidevano e distribuivano autonomamente un disco al mese, giusto per provare a loro stessi di poter essere in grado di suonare insieme. A partire dal 2009, il ritmo è rallentato con indubbio beneficio della qualità dell’opera. Il sound del gruppo era già definito nei suoi tratti fondamentali fin dal primo album “Are You In or Out?”, così come le tematiche affrontate dai testi. Nel corso degli anni e fino al 2014, si sono susseguiti album senza troppe variazioni sul tema, sebbene il sound si sia di volta in volta affinato. “Gilded Pleasures” (2013), “Hung at Heart” (2013) e “Chinese Fountain” (2014) sono tutti permeati di quello stile particolare e distintivo, per il quale gli stessi membri del gruppo hanno coniato la definizione “beach goth”, che da quattro anni a questa parte è anche il nome di un festival musicale da loro stessi organizzato. Nell’ultima edizione, fra gli altri artisti, hanno partecipato anche i Bon Iver, Patti Smith e Devendra Banhart. L’anno della svolta è stato il 2016, con l’uscita dell’album “City Club” (Cult Records), prodotto da Julian Casablancas (The Strokes), nel quale troviamo, per usare le parole di Nielsen, “less surf, more synth”. Un bel po’ di più e il risultato è uno strano ibrido fra il surf psichedelico della band e sonorità elettroniche da club music.

L’improvvisa quanto inaspettata virata di stile ha, come prevedibile, scatenato l’indignazione dello zoccolo duro dei fan della band, ma era ormai tempo che succedesse qualcosa, qualsiasi cosa, dopo quasi sette anni passati a pubblicare album dalle sonorità fin troppo omogenee. Con l’ultimo disco, i Growlers hanno finalmente deciso di fare il grande passo, provando a varcare la soglia del mainstream, sebbene senza perdere del tutto il sound che li ha contraddistinti fin dai primi EP. Una simile occasione l’avevano già avuta nel 2013, quando Dan Auerbach (The Black Keys) si era offerto di produrre “Hung at Heart”, il loro terzo album, ma le cose non avevano funzionato per divergenze di opinione fra Auerbach e Nielsen. Lo stile che aveva attratto la mia attenzione quella sera al Bishop sembra purtroppo destinato a non tornare più e non posso negare che se, invece di quella canzone, il DJ avesse messo su la prima traccia di “City Club” probabilmente non sarei rimasto altrettanto colpito e non avrei mai approfondito la conoscenza del gruppo. Sono i casi della vita. La canzone giusta, al momento giusto, nel posto giusto, con la persona giusta. Momenti unici, destinati a non tornare e diventare ricordi dei quali, come diceva Bob Dylan, è necessario avere cura perché non potremo viverli di nuovo.

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Articolo realizzato per Impatto Sonoro – Rubrica Soul Food.

Copyright Filippo Mattioli, riproduzione riservata.

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