DIAMANDA GALÁS: LA VOCE DELL’ANTICRISTO

Diamanda_Galas

In precedenza, abbiamo potuto conoscere alcuni giovani e talentuosi musicisti americani che stanno contribuendo a trasformare il volto del c.d. West Coast Jazz, aprendo i suoi confini a stili musicali eterogenei, in nome di una “musica totale” che non conosce delimitazioni di genere al suo interno. Al di là dello stile musicale, questa idea di musica è il minimo comune denominatore che unisce artisti così eclettici e diversi fra loro come Esperanza Spalding, Stephen Bruner e Austin Peralta. Lo stesso ideale lega questi giovanotti a uno dei pilastri della musica di avanguardia: Diamanda Galás. Dopo anni di improvviso e misterioso silenzio, torna sulla scena musicale con un nuovo tour (“Death Will Come And Have Your Eyes”, nel quale porta sul palco, come suggerisce il titolo stesso, anche alcune poesie di Cesare Pavese) e con la promessa di un nuovo album che dovrebbe vedere la luce durante l’anno corrente. Per meglio comprendere una delle figure più controverse del panorama musicale dalla fine degli anni ottanta fino al primo decennio del duemila, è necessario proseguire con ordine.

Sua Oscura Maestà, come talvolta è stata definita, nasce nel 1955 a San Diego, California, da genitori greci originari dell’Anatolia, emigrati negli Stati Uniti per sfuggire al massacro dei greci cattolici per mano dell’esercito turco durante gli anni venti del novecento. La musica ha fatto parte della vita di Diamanda fin dalla sua nascita. A dodici anni inizia a studiare pianoforte classico e nel frattempo esplora altre sonorità grazie all’influenza del padre, musicista jazz, che la farà suonare nella sua band. Due anni dopo, Diamanda entra a far parte della San Diego Symphonic Orchestra come pianista solista e inizia ad approcciarsi al canto da autodidatta. Durante gli anni del liceo si appassiona allo studio della biochimica e al college proseguirà gli studi scientifici in ambito neurochimico. Gli anni settanta la vedono contesa fra l’impegno accademico e la crescente passione per la musica, in particolare per il canto, che via via sottrarrà sempre più tempo alla sua carriera accademica. Proprio in questi anni, Diamanda inizia a sperimentare ossessivamente con la propria voce, usando letteralmente sé stessa come cavia, servendosi dei paradigmi e delle metodologie apprese grazie ai suoi studi scientifici. Verso la fine degli anni settanta i suoi sforzi vengono premiati e viene contattata da Vinko Globokar, un compositore jugoslavo, che le offre il ruolo di protagonista principale nella sua opera “Un Jour Comme Un Autre”. Diamanda avrebbe dovuto interpretare la vittima di torture e sevizie di un soldato turco. Lo sforzo vocale richiesto era notevole e la Galás si allenò con costanza e determinazione al fine di rendere nel modo più realistico possibile il dolore e l’angoscia che solo un prigioniero torturato può provare. Non molto più tardi, collabora con il compositore greco Iannis Xenakis, diventando famosa per essere l’unica in grado di interpretare le sue composizioni microtonali.

La pubblicazione del suo primo disco solista, “Litanies of Satan” (1982), crea un discreto scalpore. L’interpretazione allucinata e viscerale delle liriche di Baudelaire unita al canto funebre e vendicativo “Wild Women With Steak Knives”, appartenente alla tradizione funeraria greca, sembrano il delirare ossessivo di una mente disturbata a maligna. Ma l’audacia interpretativa del disco non è l’unica cosa per cui la giovane Diamanda si fa notare. Verso la fine degli anni ottanta si unisce al gruppo di attivisti ACT-UP impegnati nella lotta contro l’AIDS. A questo periodo risale il suo arresto, avvenuto durante una manifestazione di protesta presso la St. Patrick’s Catholic Cathedral di New York. Nel dicembre del 1989, gli attivisti di ACT-UP si riunirono per protestare davanti alla cattedrale, mentre al suo interno veniva celebrata la messa. Accusavano l’allora Cardinale O’Connor di contribuire alla diffusione della piaga e di portare avanti una vera e propria guerra contro i malati di AIDS, a causa dei suoi tentativi di fermare le campagne per il sesso sicuro che venivano promosse in quel periodo. Alcuni degli attivisti riuscirono a entrare nella chiesa e la situazione degenerò, anche se non si verificarono episodi violenti. Nessuno degli attivisti arrestati passò del tempo in galera. Le pene irrogate furono miti e comunque convertite nell’espletamento di lavori socialmente utili. Un anno dopo, la Serpenta si esibì presso la Saint John The Divine Cathedral di New York, una chiesa episcopale, eseguendo per intero “Plague Mass”, opera dedicata all’epidemia di HIV in corso e da lei stessa definita come la cronaca di “una morte lenta in un ambiente ostile”. All’esordio segue una produzione artistica con cadenza biennale, fra nuovi album in studio e opere dal vivo, che procede regolare fino al 1998. In questi anni spiccano lavori come “Diamanda Galás”, “Divine Punishment & Saint Of The Pit”, “You Must Be Certain Of The Devil”, “The Singer” e “The Sporting Life”. Quest’ultimo nato dalla singolare collaborazione con John Paul Jones, leggendario bassista dei Led Zeppelin. Sul fronte delle esibizioni dal vivo, questi sono gli anni di “Vena Cava”, il cui testo viene scritto insieme al fratello Philip Dimitri Galás (celebre scrittore di opere teatrali) ormai malato terminale di AIDS, e di “Schrei X”, opera che affronta i temi della deprivazione sensoriale, dello stupro e più in generale della violenza senza via d’uscita. Dopo la pubblicazione di “Malediction and Prayer” (nel quale sono presenti perle come Si La Muerte e Gloomy Sunday), la produzione di Diamanda rallenta improvvisamente. Le opere si fanno più complesse e richiedono più tempo per essere ultimate e rappresentate.

Al 2003 risale “Defixiones, Will and Testament”, opera che tratta del massacro degli Armeni e dei Greci dell’Anatolia del 1915 e del 1922. La tematica è particolarmente cara a Diamanda siccome suo padre le raccontava spesso storie di come lui e sua madre erano riusciti a sottrarsi al massacro operato dall’esercito turco, agli ordini dello spietato Nureddin Pascià, comandante delle forze turche nel distretto di Smirne, il cui obiettivo era quello di sterminare la popolazione cristiana smirniota, nonostante Mustafa Kemal (fondatore e primo presidente dell’attuale Turchia) avesse minacciato di applicare la pena di morte per chiunque fosse stato colto nell’atto di attaccare i civili smirnioti in fuga dal conflitto. La rappresentazione dell’opera fu spesso difficoltosa proprio a causa della tematica affrontata e delle implicazioni politiche che questa avrebbe potuto comportare. Nel 2005, il talento di Diamanda viene riconosciuto ufficialmente anche in Italia (paese del quale è profondamente innamorata, come ama ribadire nella maggioranza delle interviste) quando le viene conferito il Premio Demetrio Stratos per la sperimentazione vocale. Il ciclo produttivo di Diamanda si arresta nel 2008, con lo spettacolo “Guilty Guilty Guilty”, nel quale rivisita alcuni brani blues, gospel e jazz proseguendo nel solco tracciato da “The Singer”, “La Serpenta Canta” e “Malediction and Prayer”. Anni più tardi, in diverse interviste spiegherà che il suo ritiro era stato dettato dall’esigenza di assistere la madre, a quel tempo gravemente ammalata.
Come accennato in apertura, quest’anno la Serpenta torna a calcare la scena musicale cimentandosi in un nuovo tour ispirato alle poesie di Cesare Pavese, senza dimenticare Pasolini e alcuni classici del suo repertorio. Marzo l’ha vista calcare di nuovo il suolo italiano e prima che questo infausto anno si concluda è prevista l’uscita di un nuovo studio album, “All The Way“, che conterrà reinterpretazioni di canzoni d’amore come All The Way di Frank Sinatra, The Thrill Is Gone nella versione di Chet Baker, You Don’t Know What Love Is, una lunga versione di O Death registrata durante l’All Tomorrow’s Parties, Pardon Me, I’ve Got Someone To Kill di John Paycheck (un brano country).

Diamanda Galás, con le sue performance vocali estreme, ha voluto raccontare e canalizzare tutta la sofferenza di un mondo ingiusto e violento. Con la sua voce ha voluto portare alle nostre orecchie il lamento silenzioso delle vittime dell’AIDS e dei massacri insensati portati avanti con crudele metodicità dagli esseri umani, portando alla luce sofferenze sconosciute ai più eppure non per questo meno importanti, in nome di un ideale di giustizia che ispira la sua vita e di conseguenza la sua musica. In un mondo in cui, per citare Diamanda stessa, “gli insegnamenti di Cristo sono stati rivoltati allo scopo di condannare e sanzionare socialmente la diversificazione delle abitudini sessuali” e non solo, la voce dell’Anticristo pronuncia il discorso della ragione contro lo sproloquio del dogmatismo deviato tipico dell’estremismo religioso. Una voce penetrante, proprio come quella di Diamanda, che mira a squarciare quel velo di ignoranza sotto al quale chiniamo il capo nel tentativo di non guardare la nostra immagine allo specchio, consci di non poter reggere all’orrore del riflesso.
Ô Satan, prends pitié de notre longue misère.

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Articolo realizzato per Impatto Sonoro – Rubrica Soul Food

(Photo http://www.bluefat.com)

Copyright Filippo Mattioli, riproduzione riservata.

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