L’ANIMA ANTICA DI AUSTIN PERALTA

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Che cos’è il genio? In tanti si sono posti la domanda e si sono dati (o si sono sentiti dare) una risposta, ma il dibattito rimane aperto. Una teoria tiene ben distinto il significato della parola “genio” da quello della locuzione “bambino prodigio”. La prima farebbe riferimento a una creatività vivace e produttiva; la seconda descriverebbe un bambino che si distingue dai suoi coetanei per lo sviluppo molto precoce di attitudini, abilità, caratteristiche che per il loro grado di complessità ci si aspetterebbe di ritrovare soltanto in un adulto con una certa esperienza di vita. Mario Monicelli, nel primo capitolo della celebre saga di “Amici miei” aveva individuato quelli che riteneva essere i quattro caratteri essenziali della genialità: fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione. Possedere una mente aperta al fine di poter comprendere come tutto sia collegato e in costante armonia; credere fermamente nella propria intuizione e realizzarla senza perdere tempo. Austin Peralta era tutto questo e molto di più.

Nato nel 1990 a Los Angeles, due artisti si sono rivelati fondamentali per la sua vita: Mozart e Bill Evans. Grazie al primo decide di iniziare a studiare il pianoforte a soli cinque anni, rivelandosi fin da subito un prodigio. Studia musica classica e a dieci anni è un piccolo pianista provetto ossessionato da Chopin, tanto da vestirsi come lui o almeno nel modo in cui pensava che lui si vestisse. Scopre il jazz nel modo in cui di solito si fanno le scoperte più interessanti, per caso, grazie a un amico che gli presta un disco di Bill Evans. Da quel momento non riuscirà più a smettere di suonarlo. Nel 2005, alla veneranda età di quindici anni, esordisce con l’album “Maiden Voyage” nel quale interpreta con assoluta maestria composizioni di McCoy Tyner, Herbie Hancock, Chick Corea, John Coltrane, tanto per citarne alcuni, oltre a presentare due composizioni originali che sorprendono per il grado di complessità. Sia questo disco che il successivo “Mantra” (del 2006, con la partecipazione del contrabbassista Buster Williams) sono stati pubblicati soltanto in Giappone. Peralta non ha voluto ripubblicarli negli USA in quanto li considerava troppo influenzati dal produttore, Yasohachi Itoh. Per farsi un’idea è sufficiente guardare su youtube la sua esibizione al Tokyo Jazz Festival del 2006, dove lo si può vedere e sentire suonare insieme al batterista Ronald Bruner Jr. Un esordio tanto precoce quanto impressionante, tale da lasciare di stucco persino Marcus Miller. Prima di questo, a soli dodici anni aveva già avuto occasione di condividere il palco con Kamasi Washington, che non era rimasto meno impressionato. Qualche anno dopo la pubblicazione del secondo album, Peralta si butta a capofitto sullo studio della musica di John Coltrane e proprio in quel periodo conosce Flying Lotus (a.k.a. Steven Ellison), pronipote di Alice Coltrane. Da qui inizia la collaborazione di Peralta con la famiglia Brainfeeder. Nel 2011 pubblica “Endless Planets”, il suo terzo album solista che può di fatto essere considerato come il suo vero esordio artistico, essendo un’opera composta e prodotta interamente da lui stesso, che la Brainfeeder si è limitata a pubblicare e promuovere. Questo è uno dei punti di forza dell’etichetta e della filosofia di Flying Lotus, che punta alla massima libertà di espressione artistica con il fine di eliminare i confini fra i generi musicali. La musica viene considerata come un grande disegno in cui i confini interni del genere non hanno ragione di essere. Peralta e i musicisti che lo accompagnano in questo disco formano il Deathgasm Ensemble, nome ispirato dal libro tibetano dei morti e da “Enter The Void” un film di Gaspare Noé. Al di là delle produzioni personali, collabora attivamente con gli artisti dell’etichetta, FlyLo compreso, e non solo. Suona regolarmente con Allan Holdsworth e Virgil Donati e nel 2012 collabora con The Cinematic Orchestra componendo ed eseguendo il brano “Lapis” per l’album “In Motion #1”.

Austin Peralta muore il 21 novembre 2012, all’improvviso, nel bel mezzo di una vita che non sembrava promettere altro che anni di produzione musicale di altissimo livello. Le cause ufficiali della morte sono state stabilite in polmonite aggravata dall’uso di alcool, morfina e benzodiazepine che avrebbero dato il colpo di grazia al suo sistema respiratorio già compromesso. Nessuno è stato in grado di trovare indizi o testimonianze che possano lasciar pensare al suicidio, per cui l’ipotesi è stata scartata. Sembra ridicolo morire di polmonite a Los Angeles nel 2012, ridicolo che un talento del genere sia stato falciato in modo così accidentale. Austin Peralta se n’è andato troppo presto per poter dire di lui che fosse un genio, è stato un prodigio che non ha avuto abbastanza tempo a disposizione per sbocciare e manifestarsi in tutta la sua grandiosità. Un’anima antica, portatrice di una saggezza innata, vittima della fragilità tipica della bellezza.

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Articolo realizzato per Impatto Sonoro – Rubrica Soul Food

Copyright Filippo Mattioli, riproduzione riservata.

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