SOUL FOOD

“L’hai mai sentita la storia di quel tizio che mangiava di continuo, qualsiasi cosa, ma non riusciva a placare la fame?”
La sigaretta di Calliope compì un perfetto movimento semicircolare, mentre la mano con cui la reggeva si spostava dall’angolo sinistro della sua bocca per tornare a posarsi sul ginocchio della gamba destra, opportunamente accavallata.
Euterpe annuì appena, mentre riempiva i due bicchieri sul tavolo fra di loro.
“I dottori non sapevano da che parte prendere. Qualcuno si era addirittura premurato di ottenere il suo consenso – con molta sensibilità, certo, e in ogni caso soltanto dopo l’inevitabile quanto prossimo decesso – alla pubblicazione di un articolo che descrivesse il suo peculiare caso su varie riviste mediche specializzate in malattie così rare che spesso, leggendo quelle pagine, non si sapeva dove finisse la realtà e dove l’autore si fosse lasciato prendere la mano da velleità artistiche.”
Calliope, con sguardo assorto, ripeté il gesto in senso contrario e proseguì, attraverso il cono di fumo bianco e denso che usciva dalle sue labbra lievemente socchiuse.
“Ma il problema non era solo questo. Il tizio continuava a dimagrire, capisci? Masticava, ingoiava, beveva, cagava e pisciava ed era sempre più debole. Non sapeva come fare. Tant’è che iniziava a sentire le unghie acuminate del panico sfregare sulle meningi rese sottili e fragili dalla paradossale malnutrizione che lo affliggeva.”
Calliope prese il calice, rese omaggio alla salute di Euterpe e bevve un generoso sorso di vino rosso, non prima di averne apprezzato il profumo. Allo stesso modo, Euterpe bevve un piccolo sorso e accese una sigaretta sottile per poi appoggiarla con delicatezza all’angolo destro della bocca. Imbracciò il liuto e le sue dita presero a sfiorare le corde, diffondendo armonie sottili.
“Negli ultimi tempi, aveva persino iniziato a sacrificare il sonno pur di mangiare qualcosa, qualsiasi cosa, sperando che quell’orribile sensazione di fame atavica si placasse e che il nutrimento che tanto disperatamente cercava di assimilare andasse infine a rinvigorire il suo corpo sfiancato.” Calliope appoggiò il calice.
“Niente da fare – zero – il poveretto sembrava destinato a morire di fame pur mangiando, di fatto, più di ogni altro essere umano sulla faccia della terra.” Piccoli sbuffi di fumo fuoriuscivano con regolarità dalle sue labbra.
“Mano a mano che iniziava a rendersi conto del destino che lo attendeva, il panico aveva ormai affondato gli artigli, senza alcuna pietà, nel profondo di quel cervello martoriato. Se non fosse stato troppo debole per farlo, avrebbe urlato, ma l’unica cosa che gli riusciva era starsene lì, immobile nel letto, fra le lenzuola sudice che ormai pesavano come macigni sulla sua pelle resa ipersensibile, sottile e fragile come una pergamena antica.”

§

La voce ruvida e sottile di Lazzaro graffiava il silenzio immobile nella penombra pallida e torrida dell’alba estiva.
“Nei piccoli antri bui si ritraggono i più sordidi fra i malfattori… Simili oscenità incarnate, forse incarnite, strisciano lasciando solchi sinuosi sul sentiero della depravazione. Esseri abietti e amorali… Cosa significa? O, ma voi conoscete bene il significato e pure il significante. Come dite? Non vi interessa? Ne ridete di gusto? Depravati e Santi, ecco cosa siete!”
Solo un lieve e regolare rantolio, quasi come il gracchiare di una radio a basso volume, faceva da intermezzo ai suoi sporadici monologhi, manifestazioni di un sonno inquieto e delirante. La sua piccola figura disegnava una lieve sagoma sotto un mucchietto di lenzuola ingiallite dal sudiciume irrancidito. Nella stanza aleggiava un odore acre, forte e stantìo, ma il suo naso era ormai assuefatto o forse del tutto fuori uso. Non aveva più importanza, comunque. Aveva sperato che la perdita dell’olfatto potesse in un qualche assurdo modo dare una sorta di tregua alla fame. Con quella, l’assuefazione non aveva funzionato. Nemmeno i terribili incubi che infestavano la sua mente per gran parte del tempo riuscivano più a far muovere le sue membra esauste. Era troppo debole. Nei pochi sprazzi di veglia e lucidità sapeva che ormai la fine doveva essere vicina e, suo malgrado, sperava che lo cogliesse da un momento all’altro.
Il giorno prima, alcuni rumori provenienti dal piano di sotto lo avevano svegliato. Non poteva essere certo che fossero reali. Dopotutto, passava gran parte della giornata in uno stato di dormiveglia semivigile, segnata qua e là da brevi momenti di sonno, densi di incubi. Gli sembrava di ricordare di averla vista, la Fame, in uno di quei sogni orribili… aveva gli occhi… occhi… Un tonfo seguito da una bestemmia, o viceversa, lo strapparono di nuovo dai demoni del suo sonno. Due grossi bulbi oculari, ingialliti e sporgenti, venati da una fitta ragnatela di capillari gonfi di sangue, spuntavano da quel mucchio di lenzuola, cuscini e lerciume vario che una volta poteva definirsi un letto. Saettavano rapidi e indagatori, prigionieri di un teschio inerme, illuminati dalla scintilla vitrea del languore. Altri tonfi giunsero alle sue orecchie, insieme a un cicalio di voci attutite. Poteva quasi essere certo che fossero reali, visto che non riusciva a distinguerne le parole. Al contrario, i discorsi dei suoi demoni erano molto chiari. Mano a mano che il tempo passava, i rumori si facevano sempre più frequenti e netti. Poteva percepirlo, lì rannicchiato nel letto: c’era vita, lì sotto, e con essa non tardò ad arrivare la musica. All’inizio era soltanto una radio a basso volume, posata vicino alla finestra della cucina, che trasmetteva musica soul e R&B. Poi fu una timida voce femminile a farle da eco. Piccoli tentativi, forse guidati dal timore di poter infastidire qualcuno. Comunque sia, di lamentele non ve ne furono e non avrebbero potuto esservene – fino a quel momento, nessun altro a parte Lazzaro aveva più abitato in quello stabile da anni – sicché, un bel giorno, le note di un pianoforte si riversarono come una pioggia cristallina in tutti gli anfratti del desolato condominio e da quel momento, ogni giorno alla stessa ora e per le due – a volte anche tre – seguenti, le più svariate melodie riempirono l’intero palazzo, donando un’anima ai muri freddi e alle stanze buie e vuote che risuonavano delle loro vibrazioni armoniche. Ormai Lazzaro aveva interiorizzato gli orari del nuovo inquilino del piano di sotto e aspettava con ansia il momento in cui sarebbe iniziata la musica, consueta ma raramente ripetitiva. Da giorni ormai gli capitava di svegliarsi dal suo sonno inquieto appena prima che le prime note iniziassero a diffondersi. E a ogni risveglio gli sembrava di sentirsi rinvigorire, ogni volta appena di più della precedente. A un certo punto, era come se il sangue avesse ripreso a scorrergli nelle vene, producendo un lieve formicolio generalizzato. Poteva sentire il proprio sangue scorrere e percorrere ogni anfratto del suo corpo, insinuarsi nei suoi capillari sottocutanei, prima di circondare e poi irrorare completamente il suo stomaco esausto e dolorante, schiavo di una fame senza capo né coda, avvolgendolo in un balsamico tepore. Ci fu una sera in cui la musica arrivò in ritardo. C’era stato del gran trambusto per la maggior parte del pomeriggio. Rumori forti, due voci che gridavano parole incomprensibili, forse dei singhiozzi a un certo punto. Fatto sta che Lazzaro, per la prima volta da mesi, era rimasto sveglio per ben mezza giornata. Alla fine di tutta la sarabanda, con lo spegnersi dell’ultimo singhiozzo, il sole era ormai calato al di là dell’orizzonte e soltanto un lieve bagliore azzurrino rimaneva a sbiadire il cielo, là dove il sole si era tuffato per andare a rischiarare altre notti. Steso sul letto, Lazzaro poteva vedere un aereo – luci intermittenti verdi e rosse – e la sua scia bianca solcare il viola sanguigno della sera. Quid se fosse esploso in quel momento? L’arancione e il rosso della detonazione avrebbero fatto la loro figura in quella tavolozza. Un delicato pianoforte jazz avvolgeva l’immagine tessendo con le sue note un velo sottile di seta pregiata. Un sassofono soprano era entrato in ritardo, mancando l’attacco, ma niente paura: all is well. Le ali indovinarono il battito giusto e lo seppero sostenere. Lazzaro, non più abituato a stare sveglio per tante ore di seguito, sentiva il consueto e malsano sopore che iniziava a farsi strada e presto cadde preda di un sonno tanto profondo quanto inquieto, mentre le note di Lover Man sgorgavano come lacrime di rugiada dai muri del palazzo.

*

Doveva essere passata qualche ora ormai. Non avrebbe saputo dire quante e nemmeno se fosse ancora sera o mattina o addirittura pomeriggio. Faceva molto meno caldo, questo sì. La musica? Alcune note sottili – forse una chitarra o uno strumento simile – danzavano per il cavedio del palazzo. Era la prima volta che un suono del genere arrivava dal piano di sotto, la melodia era costante e pacata. La luce che entrava dalla finestra era di un bianco insolito e abbagliante. Impossibile determinare che ora fosse. Senza pensarci, Lazzaro si girò nel letto e si alzò, mettendosi in piedi con naturalezza. Fu al momento di muovere il primo passo che lo stupore lo colpì – un gancio proprio ben assestato, per dirla tutta – insieme alla consapevolezza di ciò che aveva appena fatto. Soltanto fino a poche ore prima non sarebbe stato nemmeno in grado di girare la testa sul cuscino. Ora, invece, si stava dirigendo con calma e decisione verso l’ingresso dell’appartamento, rendendosi conto, peraltro, di essere in mutande che, come si può immaginare, non versavano certo in buone condizioni. Raccolse la vestaglia impolverata che giaceva ai piedi del letto e se la infilò mentre usciva nel corridoio del condominio su una lieve scia di pulviscolo. La musica risaliva le scale del palazzo, attutita dalla pesante moquette che ricopriva il pavimento e buona parte dei muri ai lati. Con passo calmo, Lazzaro iniziò a dirigersi verso la scala. Le luci del corridoio erano accese, ma anche malferme. La tensione calava e aumentava, dolcemente e con frequenza irregolare, producendo un effetto disorientante. Scese le scale per trovarsi in un corridoio speculare al suo ma buio. Dal piano di sopra filtrava ancora un bagliore intermittente. Riusciva a distinguere le prime tre porte che si trovavano sui lati del corridoio, ma il resto rimaneva celato nell’ombra. Più avanti, in un punto imprecisato, un sottile spiraglio di luce tagliava di netto l’oscurità. Le mani di Lazzaro sfioravano la superficie della porta socchiusa. Si era trovato lì davanti senza nemmeno rendersene conto. La sensazione era strana, come se la mano fosse anestetizzata, anche se riusciva a muoverla senza alcun problema. Accostò il naso alla fessura, ancor prima degli occhi, ma non riuscì a percepire nessun odore. L’unica cosa che poteva sentire erano le note delicate che provenivano dall’interno. Spinse la porta ed entrò in un corridoio del tutto simile a quello del suo appartamento che sbucava in una stanza, grande come la sua camera da letto, nella quale si trovava un tavolino in ferro battuto finemente lavorato al quale sedevano due donne di rara bellezza, una bionda e una mora, vestite di tuniche di pregiato lino bianco, circondate da una lieve nube di fumo azzurrino. La donna dai capelli di grano stava parlando all’altra con ritmo serrato, facendo roteare lievemente la mano destra, nella quale teneva un calice di vino rosso, e disegnando ampi cerchi di fumo con la sigaretta che teneva nella mano sinistra. Lazzaro poteva vedere il suo candido seno destro, il rosa pallido del piccolo capezzolo inturgidito, lasciato scoperto dal particolare modo in cui la donna indossava la tunica. La donna mora imbracciava quello che poteva essere un liuto oppure un mandolino, Lazzaro non avrebbe saputo dirlo con certezza. Teneva la testa inclinata di quarantacinque gradi e gli occhi chiusi, mentre con la mano destra accarezzava appena le corde creando armonie lievi sugli accordi che la mano sinistra componeva con sicurezza e precisione, uno dopo l’altro. Ogni tanto annuiva, nei pochi e brevi silenzi che intervallavano il racconto della bionda.
“…e siamo giusto arrivate al Tuo Momento.”
La musica si fermò all’improvviso e le due donne si voltarono di scatto, seppur con grazia, puntandogli gli occhi addosso. Occhi senza colore o forse di tutti i colori tranne uno. Lazzaro sentiva le ginocchia tremare, il morso acido del Suo Malessere.
“Scusate, la porta…”
“Ti ricordi di noi, vero? I nostri nomi, chi siamo?” La voce della bionda sembrava provenire da tutte le direzioni, tranne che da quella in cui ella si trovava. I loro nomi… non se li ricordava, nemmeno sapeva di doverli ricordare. Eppure aveva come la sensazione di averli sulla punta della lingua.
“Io non…”
Lazzaro non sapeva da dove cominciare. La bionda gli rivolse un sorriso malizioso, venato da tratti di comprensione.
“Siediti con noi” disse indicando la sedia vuota fra di loro.
Prese posto. La vestaglia polverosa, ormai troppo grande, gli ricadeva addosso come un tendone da circo afflosciato, accentuando la sua magrezza e offrendo anche uno spettacolo un po’ ridicolo. Un calice vuoto troneggiava sul tavolo davanti a lui. Non riusciva a–
“Sei deperito. Euterpe, cara, hai visto come si è ridotto?” disse la bionda.
Per tutta risposta, Euterpe lo guardò intensamente negli occhi, mentre reclinava la testa e tornava a tessere nuove armonie. Le punte dei suoi capelli corvini sfioravano appena il corpo di quello strano strumento appoggiato con delicatezza sul ventre coperto dal lino immacolato della tunica, cullato fra i seni.
“Ti abbiamo cercato, sai? Ma abbiamo sempre trovato porte chiuse. Sparire così, da un giorno all’altro. Non una parola, un messaggio. Puoi credermi se ti dico che eravamo seriamente preoccupate.”
Euterpe annuì, lo sguardo in tralice fisso su Lazzaro, a cui il di lei nome era stato in grado di accendere un barlume di reminiscenza che ora baluginava in un qualche dimenticato recesso del suo cervello. Così come la risposta giusta necessita della giusta domanda, il giusto stimolo può far affiorare il giusto ricordo, non importa quanto a fondo esso sia celato nella selva dei nostri pensieri. L’attrito generato con i sensi di Lazzaro da quel nome, da quegli occhi e da quelle mani fece scaturire le scintille che diedero vita al fuoco della memoria, dei ricordi perduti. Aveva paura a chiedere quale fosse il nome della donna bionda perché in qualche modo sapeva che avrebbe dovuto conoscerlo. Gli sembrava di ricordare il sapore di tutte le volte in cui lo aveva pronunciato, invocato, corteggiato, biascicato e persino bestemmiato. Un numero incalcolabile. Ma era come il gusto dolceamaro di un frutto esotico sconosciuto, senza nome. Lazzaro continuava a non parlare, non per scelta ma per impossibilità. La sua bocca era come una piccola porta dietro la quale si accalcava una moltitudine indisciplinata di parole. Ognuna di loro voleva guadagnare l’uscita per prima per sfuggire a quel palazzo in fiamme che era la sua mente. Un piano di evacuazione fallimentare con un solo triste, inesorabile esito.
“Tutte queste domande ti stanno mettendo a disagio, non è vero? Questa compresa.”
La bionda aveva allungato la mano destra fino a toccare il suo avambraccio. Il seno scoperto sfiorava il metallo freddo del tavolino. Il tocco delle sue dita affusolate era caldo e gentile, ma fermo. Lazzaro alzò gli occhi per incrociare il di lei sguardo ma non riuscì a resistere più di qualche secondo. Sentiva il cuore gonfiarsi di gratitudine e commozione e gioia e comprensione. Sì, proprio così. Quella donna aveva l’Infinito negli occhi, quello stesso Infinito nel quale (ora ricordava) innumerevoli volte lui stesso si era sforzato di guardare, usando ogni singolo frammento delle sue energie mortali per carpire anche solo una scintilla della sua magnificenza.
“Calliope, mia adorata, mia incommensurabile gioia e somma afflizione, sei tu!” avrebbe voluto dire, se le lacrime e i singhiozzi non glielo avessero impedito, trasformando le parole in una serie di onomatopee sconnesse e ben poco eleganti.
Euterpe posò lo strumento sul pavimento alla sua sinistra e si mise a guardare Lazzaro con un misto di compassione e sollievo. Anche il volto di Calliope tradiva le stesse emozioni e quando i loro sguardi si incrociarono sapevano entrambe cosa fare. Presero simultaneamente il calice vuoto che giaceva sul tavolo davanti a Lazzaro e lo tennero sospeso appena sotto il suo mento sussultante. Il capo ciondolava lievemente a destra e a sinistra, mentre le spalle assorbivano le scosse dei deboli singhiozzi e le lacrime scorrevano ininterrotte, senza dar cenno di volersi arrestare. Quando toccavano il fondo del bicchiere, le grosse gocce trasparenti si trasformavano in un liquido color rosso rubino, incandescente e vivo.
“Piangi, figlio mio” diceva Calliope “lava la tua anima inaridita e purificala con il sale delle tue lacrime.”
“Noi non ti serbiamo rancore, tu lo sai” incalzava Euterpe.
“Sei nostro così come noi siamo tue” suadeva Calliope.
“Ci apparteniamo in Spirito e Sostanza, particelle della stessa polvere di cui sono fatte le stelle.” Le voci delle due donne avevano intonato quest’ultima frase all’unisono, armonizzandosi in un accordo cacofonico, tagliente. Lazzaro spalancò gli occhi all’improvviso, sollevando il capo non di molto ma di scatto. Le lacrime cessarono improvvisamente, il movimento repentino fece staccare un’ultima salata goccia rimasta ancorata alla punta del naso permettendole di tuffarsi nel calice ormai ricolmo. Una sola in più sarebbe stata di troppo. Cosa vedeva Lazzaro? Non molto in realtà. I suoi occhi erano troppo gonfi e doloranti per lo sforzo. Più che vedere, percepiva ombre e luci. Il calice che ora sostava vicino alla sua bocca era un bagliore rosso e intenso, a tratti pulsante. Le due donne sedute sul tavolo, con una gamba a toccare terra, protese verso di lui nell’atto di reggere entrambe il calice, erano come archi di luce bianca e soffusa che gli offrivano un cuore pulsante di luce rossa. Gli sembrava di essere fatto di sabbia, aveva sete, una sete indescrivibile, millenaria. Afferrò il calice sospeso dinanzi a lui con entrambe le mani e bevve avidamente, stando ben attento a non sprecarne nemmeno una goccia. Il liquido era denso, caldo e freddo allo stesso tempo con un sapore intenso di cannella. Non appena giunse nel suo stomaco iniziò a propagarsi per tutto il corpo, riscaldandolo al punto che ogni singolo capillare del suo organismo risplendeva di calore al di sotto della pelle, risaltando in superficie. Lazzaro non provava dolore, avvertiva invece, una pacifica sensazione di freddo nella sua mente. Ogni singola cellula del suo corpo era attiva e pulsava di vita e lui ora poteva percepirlo. La quiete che regnava nel suo cervello gli consentiva di registrare tutto questo, rendendolo consapevole che non restava altro da fare se non chiudere gli occhi e lasciarsi andare alla contemplazione del mistero. Euterpe imbracciò il suo strumento, iniziando a tessere dolci armonie, mentre Calliope prese posto sulla gamba destra di Lazzaro, per poi adagiarsi su di lui e avvicinare la bocca al suo orecchio destro, sussurrando mantra sconosciuti mentre nuovi orizzonti si schiudevano dietro gli occhi chiusi di Lazzaro.

*

Doveva essere ancora piena notte, perché nonostante ora fossero ben aperti, gli occhi di Lazzaro non riuscivano a distinguere granché del luogo in cui si trovava. L’olfatto ritrovato tuttavia gli diceva che doveva trovarsi nel suo letto, probabilmente nella sua camera. Si sentiva insolitamente riposato e scoprì di riuscire di nuovo a muoversi senza troppa fatica nonostante i muscoli (o almeno ciò che rimaneva di loro) indolenziti. Immagini sparse di ciò che aveva appena sognato vorticavano inquiete nella sua mente. C’era qualcosa di tremendamente diverso. La Fame non mordeva più come prima, ma era ridotta a un lieve languore pulsante. Lazzaro sì alzò dal letto e percorse i pochi metri che lo separavano dallo scrittoio posizionato dalla parte opposta dalla stanza. Da quanto tempo non si sedeva più su quella sedia? Quando aveva smesso di farlo? Perché? I ricordi non erano ancora nitidi, ma sapeva che stavano per tornare, si trattava solo di pazientare e cercare di ricostruirli. Quaderno e penna erano ancora al loro posto. Sbuffi di polvere si levavano dalle pagine mano a mano che Lazzaro le sfogliava alla ricerca di una pagina bianca. La penna, tremante nella sua mano destra, inferse alla carta il primo di una lunga serie di affondi.

§

Il piede nudo di Calliope oscillava lentamente, sospeso fuori dall’amaca sulla quale si cullava languida. Euterpe sedeva nella posizione del loto, su un soffice tappeto di foglie rinsecchite, alla base di una delle due querce a cui l’amaca si reggeva. Questa volta imbracciava quello che poteva benissimo essere un sitar, con il quale intesseva armonie giocando sul filo dei quarti di tono.
“Ti ho mai raccontato di quello scrittore che scriveva un gran numero di racconti, ma non riusciva mai a finirne uno?” chiese pigramente Calliope.

***

Copyright Filippo Mattioli, riproduzione riservata.

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