ESPERANZA SPALDING COME ESPERIENZA ESTETICA

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Interrogarsi sul pianeta di provenienza di un essere vivente come Esperanza Spalding (così come domandarsi su quale pianeta si è vissuto fino a quel momento) è una cosa piuttosto normale per chi, come il sottoscritto, ha scoperto la sua esistenza soltanto parecchi anni dopo il suo esordio, ossia quando aveva già alle spalle quattro studio album e innumerevoli collaborazioni con artisti del calibro di Joe Lovano, tanto per citarne uno. Superata l’impressione iniziale dovuta alla notevole presenza scenica di Esperanza, non fai in tempo a rilassarti che subito arriva il diretto sinistro con annesso gancio destro del suo talento artistico – vocale e contrabbassistico – che ti lasciano steso a terra senza il benché minimo preavviso, tale è la forza che il primo impatto con il talento di Esperanza Spalding è in grado di trasmettere. Nel definire che cosa si intende per “esperienza estetica” è necessario premettere che fornire una definizione del termine non è assolutamente cosa da poco e il dibattito filosofico intorno a questo concetto ha infuocato le diatribe tra i più grandi pensatori che il genere umano abbia mai conosciuto a partire dai grandi maestri ellenici fino ai filosofi dei giorni nostri. Per tale motivo, in questa sede non cercheremo di entrare nel dibattito e nemmeno nel merito della definizione di tale concetto. Comunque sia, può essere utile tenere presente che il termine greco da cui deriva la parola “estetica” può essere tradotto con “sensazione, percezione, sensibilità o capacità di sentire” e, di conseguenza, un’esperienza estetica è ciò che percepiamo nel momento in cui qualcosa (i.e. un’opera d’arte) oppure qualcuno (i.e. un artista) genera in noi tutta una serie di emozioni e stati d’animo che non riusciamo a definire in modo compiuto, ma che stimolano i nostri sensi e la nostra immaginazione. In questo senso, Esperanza Spalding in quanto artista costituisce un’esperienza estetica complessa, coinvolgendo udito e vista in un intreccio che stupisce per qualità di forma e contenuti. Il dato prettamente fisico – per quanto la sua valutazione sia soggettiva – non è secondario, dato che un musicista quando si esibisce comunica sì attraverso la sua musica, ma il corpo e il linguaggio attraverso il quale quest’ultimo si esprime sono componenti fondamentali del messaggio che l’artista vuole trasmettere e il caso di Esperanza Spalding non fa certo eccezione.

La sua ultima opera, il disco “Emily’s D+Evolution” uscito il 4 marzo 2016, porta questa comunione fra vista e udito ancora un gradino più in alto. L’album, infatti, rappresenta per l’artista un ritorno alle radici – rimarcato dall’utilizzo nel titolo del suo secondo nome, con il quale era solita sentirsi chiamare da bambina nel periodo in cui si divertiva a inscenare piccoli spettacoli teatrali nel giardino sul retro di casa sua – e nel contempo un passo avanti nel suo personale percorso artistico, spingendosi oltre sulla strada intrapresa con il precedente “Radio Music Society”. Gli spettacoli organizzati per il tour promozionale del disco assumono i caratteri di pièce teatrali che mettono in scena le tematiche toccate dalle canzoni dell’album attraverso la lente di Emily, un secondo nome che diventa vero e proprio alter ego in relazione al quale Esperanza non è altro che un mezzo attraverso cui questo alias si esprime.

Per capire meglio la persona, l’essere umano, che si cela dietro l’artista è il caso di fornire qualche dato biografico. Esperanza Emily Spalding nasce nel 1985 in un quartiere malfamato di Portland, in Oregon, e viene cresciuta da una madre single amante del jazz, che in più di un’occasione aveva tentato la carriera di cantante e musicista senza purtroppo riuscirci e che ha sempre incoraggiato la figlia nell’apprendimento della musica. Come spesso affermato dalla stessa Esperanza nelle varie interviste reperibili in rete, la scintilla del suo amore per la musica scaturì dalla puntata di un celebre programma per bambini in età prescolare chiamato Mister Roger’s Neirghborhood, nella quale l’ospite d’onore era niente di meno che il famoso (già all’epoca, 1989) violoncellista Yo-Yo Ma che si esibiva con il suo Stradivari Davidov e veniva intervistato da Mr. Roger. Fu così che – proprio come lo stesso Yo-Yo Ma – la piccola Esperanza decise di iniziare a suonare il violino alla tenera età di cinque anni, rigorosamente da autodidatta, entrando dopo poco tempo a far parte della The Chamber Music Society of Oregon, un’orchestra di musica da camera della comunità di Portland, nella quale suonerà per i successivi dieci anni arrivando a ricoprire il ruolo di primo violino (konzertmeister) appena quindicenne. Nemmeno una lunga malattia contratta durante l’infanzia, talmente grave da costringerla ad abbandonare la scuola e proseguire gli studi in casa (probabilmente sotto l’egida della madre), riuscirà a minare la sua determinazione e a compromettere l’enorme talento che la rende un prodigio della musica. Proprio l’essere educata in casa per buona parte della sua infanzia la portò alla decisione di abbandonare la scuola dopo aver conseguito il G.E.D. (l’equivalente del nostro esame di maturità), mentre la scoperta del basso coincise con l’abbandono della Chamber Music Society of Oregon e la successiva militanza in varie band blues e indie rock/pop di Portland fino a quando decise di iscriversi alla facoltà di musica classica della Portland State University, ottenendo una borsa di studio. Un anno dopo, sostenne l’audizione per l’ammissione al prestigioso Berklee College of Music, nel quale venne ammessa con una borsa di studio completa. Nonostante il finanziamento (che copriva solo i costi relativi alla retta e alle tasse accademiche), i fondi a sua disposizione non erano sufficienti a consentirle di affittare un appartamento vicino al campus per cui, per tutti i tre anni del corso, fu costretta a vivere a notevole distanza dal college, percorrendo ogni giorno, contrabbasso in spalla, un tragitto di tre ore sui mezzi pubblici. Fu proprio in questo periodo che lo sconforto iniziò a fare breccia nella risolutezza della giovane Esperanza la quale, ormai stremata dalla vita del pendolare e dalle ristrettezze economiche, iniziò a considerare l’idea di mollare tutto per iscriversi alla facoltà di scienze politiche. Se la tragedia fu evitata fu solo grazie alle parole di incoraggiamento di Pat Metheny, il quale la convinse a non mollare e a credere nel suo potenziale che, parole sue, sarebbe stato illimitato se avesse continuato a lavorare sodo. Per la serie: gli incoraggiamenti fanno sempre bene, ma certi lo fanno meglio di altri. Così è stato e dopo tre anni la Spalding ha conseguito con successo la laurea ed è stata assunta come docente a Berklee, diventando di fatto una delle più giovani professoresse del college (prima di lei possiamo citare lo stesso Metheny, che diventò professore a Berklee a soli diciannove anni). Gli anni trascorsi a Berklee hanno consentito a Esperanza di stringere rapporti e iniziare collaborazioni con tanti musicisti professionisti della scena jazz americana, portandola anche a vivere la sua prima esperienza in tour al seguito della star del R&B Patti Austin – tre anni di concerti in giro per l’Europa, celebrando la musica di Ella Fitzgerald con uno spettacolo chiamato “For Ella” – che fra le altre cose ebbe l’effetto di rimettere in sesto le sue finanze disastrate.

Questi primi vent’anni di vita raccontano una storia di sacrifici e dedizione estrema e insegnano che essere un prodigio non è condizione unica e sufficiente per riuscire a raggiungere i propri obiettivi. A prescindere dal talento di base, che di certo aiuta, quello che conta sono l’impegno e la determinazione nel perseguire il proprio scopo nonostante tutte le difficoltà che la vita ti costringe ad affrontare ogni giorno. Tutte le grandi personalità del presente e del passato, quelle persone che nella nostra quotidianità definiamo “gèni” senza fare troppo caso a quello che si cela dietro al significato della parola, non sono e non sarebbero state tali e non avrebbero fatto quello che hanno fatto se non avessero affrontato un percorso di studio, dedizione, concentrazione e determinazione costanti contro ogni ostacolo e a volte anche a discapito della loro stessa vita. L’esperienza estetica che viviamo nel momento in cui ascoltiamo e guardiamo un’esibizione di Esperanza Spalding è il prodotto di tutto questo, dei sacrifici e dell’impegno a cui ha votato la sua esistenza fin da quando era una bambina. Non c’è da sorprendersi, quindi, delle emozioni e delle sensazioni che è in grado di generare attraverso la sua arte, la sua vita.

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Articolo realizzato per Impatto Sonoro – Rubrica Soul Food

Copyright Filippo Mattioli, riproduzione riservata.

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