VIDYA LIVE @ CIRCOLO ARCI ZERBINI- PARMA

vidya_band

23.04.2016

Sono le nove e ventisette sfocate di sabato sera, mi sono svegliato per caso dopo aver bevuto un bicchiere di prosecco di troppo ed essermi addormentato in posizione fetale sul letto. La luce dello schermo del cellulare mi urta la vista, Bill Evans in sottofondo sta ancora suonando non-so-quale-canzone e mi rendo conto che molto probabilmente sarò in ritardo per il concerto. Sono ben rincoglionito, sia dall’alcool che dal riposino fuori orario. Con obbligata lentezza preparo un caffè nella vana speranza che faccia affiorare il mio cervello dall’ottundimento amniotico in cui è immerso. Dopo essermi sciacquato il viso nel tentativo di restituirmi un’espressione idonea a essere presentata in pubblico, mi vesto, raccolgo le mie cose ed esco. L’aria della sera è meno fredda di quanto mi aspettavo, ma è tersa e fresca e sa di pulito grazie a quella poca pioggia caduta durante il giorno e che ora scende rada e sottile. Le strade sono poco trafficate. Arrivato vicino al circolo, nonostante mi fossi preparato psicologicamente a vagare per almeno venti minuti prima di trovare un parcheggio non troppo lontano, trovo un posto nelle vicinanze senza particolari problemi. La pioggia è già cessata. Fuori dal locale un uomo e una donna fumano una sigaretta sotto la luce giallastra che illumina l’entrata, mi guardano passare in silenzio mentre entro e salgo le scale. La sala principale del circolo è piuttosto buia, le luci sono soffuse e l’atmosfera è intima. Provo la sensazione di avere la testa dentro una boccia di vetro, di quelle da pesce rosso, e la poca luce non aiuta a dare nitidezza alla mia vista offuscata. Sbrigate le formalità dell’ingresso, mi dirigo verso il bancone del bar. Il locale non è ancora del tutto pieno, ma la maggior parte dei tavoli sono già occupati. Dopo aver preso da bere, un signore distinto sulla sessantina mi offre un posto al suo tavolo e accetto volentieri. Oltre ai convenevoli di rito non si instaura una gran conversazione. Sul palco è tutto pronto e le cromature della batteria brillano nella luce bluastra che ricopre tutta la strumentazione. Due gong, uno più grande e uno più piccolo, dominano lo sfondo della scena incutendo quella sorta di soggezione mistica che solo la vista di un gong è capace di generare. Sorseggio la mia birra e mi guardo intorno, il pubblico è trasversale ed eterogeneo, fra i venti e i sessant’anni di età. Tiro fuori il taccuino e inizio a scrivere due appunti su tutt’altro per ingannare l’attesa prima dell’inizio del concerto, che a quanto pare comincerà più tardi di quando previsto. Si tratta del solito vecchio trucco nel quale continuo a cascare, nonostante lo abbia usato spesso durante la mia (breve) carriera di musicista: fissare l’ora di inizio del concerto almeno mezz’ora prima di quella effettiva. Dopo non molto, il gestore del locale presenta il gruppo previsto per la serata, del quale è opportuno fornire alcune informazioni.

I Vidya sono Vincenzo Mingiardi (chitarra elettrica), Ugo Maria Manfredi (basso), Pampa Pavesi (tastiere), Oscar Abelli (batteria). Il gruppo, il cui nome in sanscrito significa conoscenza, è stato fondato nel 1975 a Parma da tre dei quattro membri odierni, che all’epoca avevano soltanto sedici anni. Il quarto componente fondatore era il batterista e polistrumentista Otello Gorreri, prematuramente scomparso nel 1998 e sostituito da Oscar Abelli. Dopo anni di esibizioni live in tutto il nord Italia, accolte con entusiasmo da pubblico e critica, nel 1980 incisero il loro primo e unico disco omonimo. Il gruppo si sciolse dopo circa una decina di anni di attività e i membri presero strade diverse: Manfredi e Mingiardi sarebbero diventati stimati musicisti professionisti e insegnanti di punta nei rispettivi strumenti, mentre Abelli e Pavesi avrebbero intrapreso strade diverse senza tuttavia mai abbandonare del tutto la musica e di fatto mantenendo una presenza attiva sulla scena musicale parmense, seppur a livello amatoriale. La prima riunione del gruppo si ha nel 2012, in occasione di un concerto commemorativo per il batterista fondatore Otello Gorreri. Da allora, ogni anno il gruppo si riunisce per rivivere e far rivivere i tempi che furono, in memoria di ciò che è stato e che non potrà più essere.

Dopo l’introduzione e senza ulteriori convenevoli, il gruppo attacca con il primo pezzo, un tema orecchiabile di facile ascolto, un solido amalgama fra rock, jazz e progressive con un briciolo di elettronica. A seguire, uno sciabordio di mazzi di campanelli e campanacci su un pedale di sintetizzatore annuncia l’inizio della seconda canzone. Sonorità che dagli abissi risalgono in una sarabanda psichedelica crescente. La batteria incalza e la chitarra acida di Mingiardi racconta una storia di delirio e ossessione, fino a un bridge onirico che spezza la tensione per poi svilupparsi di nuovo verso un climax crescente. Un altro stacco abbassa la pressione del pezzo e risolve in un tema inquieto. In generale, il sound si mantiene coerente e omogeneo per tutta la durata dell’esibizione, ma non mancano le incongruenze. Stridono con il tenore dell’esibizione alcune incursioni del tastierista del tutto slegate dal contesto e un solo di batteria piuttosto discutibile dal punto di vista ritmico ed estetico. Quest’ultimo in particolare termina con una scena piuttosto grottesca in cui Abelli, ormai perso nel labirinto disordinato del suo stesso assolo, tenta di dissimulare il disorientamento togliendosi la maglietta e lanciandola via in un preteso momento di grande trasporto musicale, per dare spettacolo e distrarre il pubblico da quello che altrimenti si sarebbe rivelato uno stacco impietosamente sbagliato e di conseguenza avvertito dai più come un grossolano errore di calcolo nella scansione delle battute e della struttura della canzone. L’atmosfera non è serena fra i musicisti e lo si percepisce molto bene sia attraverso la resa complessiva del gruppo (interplay farraginoso e poca attenzione al mix dei suoni) sia da alcuni gesti e parole di stizza che sfuggono al controllo degli artisti. Un atteggiamento sorprendentemente poco professionale per musicisti come questi, con alle spalle così tanta esperienza di vita in ambito live e studio.

Al di là di queste crepe nella struttura, la qualità della musica proposta è comunque alta, ma in bocca continua a ristagnare un retrogusto amaro al pensiero di quello che avrebbero potuto regalare al pubblico se soltanto avessero lasciato da parte gli attriti personali per dedicarsi anima e corpo alla musica che stavano suonando. I pezzi proposti – le loro creature – avrebbero meritato un’attenzione e una dedizione esclusiva e avrebbero dovuto essere la porta verso una dimensione di comunione totale di anime, in cui le miserie della carne non possono e non devono trovare posto. Non è certo la conoscenza a mancare a questi artisti, ma senza la consapevolezza tutto quello che sappiamo si riduce a mero insieme di significanti svuotati del loro significato.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...