Esperanza Spalding – Emily’s D+Evolution

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Pubblicato i primi di marzo del 2016, ma di fatto portato in tour già a partire dagli ultimi mesi del 2015, il nuovo album di Esperanza Emily Spalding segna uno spartiacque importante nella sua carriera di artista così come nella sua vita di tutti i giorni. In più di un’occasione, la stessa Esperanza ha dichiarato che questo progetto ha come oggetto – fine ultimo e primo motore immobile – il ritorno alle radici della sua infanzia. In questo senso, la scelta del titolo dell’opera è insieme una questione artistica e una precisa dichiarazione di intenti. “Emily’s D+Evolution” fa infatti riferimento proprio a questo ritorno, a qualcosa che esisteva prima, in un processo de-evolutivo che è allo stesso tempo un’evoluzione, un passo avanti. Emily, il suo secondo nome, prende la forma di un alter ego portato alla luce per comunicare il raggiungimento di una nuova e più completa identità artistica e forse spirituale. Per usare le stesse parole della Spalding nel presentare al pubblico di 101.9 KINK “Good Lava”, la prima traccia del disco (mentre le voci di Corey King e Nadia Washington intonano “See this pretty girl / Watch this pretty girl flow”, sullo stomp percussivo del batterista Justin Tyson e sul reverse diabolico del chitarrista Matt Stevens) quando ascoltate questo album potete pensare a un vulcano rimasto dormiente per troppo tempo e finalmente destinato a eruttare. Nel caso di specie, il ritorno a essere Emily (la piccola bambina con i grandi occhiali da vista che giocava a inscenare rappresentazioni teatrali nel giardino del retro della sua casa di Portland, Oregon) porta Esperanza Spalding a mettere insieme una serie di dodici composizioni che nelle esibizioni dal vivo prendono la forma di vere e proprie performances teatrali, oltre che musicali, che vedono coinvolti tutti i membri della band. Il disco prosegue nel percorso tracciato dal precedente “Radio Music Society” (per il quale vinse un Grammy Award nel 2013 per la categoria Best Jazz Vocal Album) adottando un suono ancora più moderno e deciso, con l’ausilio di chitarre distorte e altri effetti dal gusto alternative e arrangiamenti semplici ed efficaci, mai banali, il tutto condito dalle linee vocali funamboliche a cui ci ha abituato sin dall’inizio della sua carriera e dal suono gonfio e definito del suo South Paw fretless a cinque corde, sempre in prima linea ma per nulla prepotente. Con quest’opera Esperanza Spalding mette in scena la celebrazione del suo inner child, quel bambino che si cela dentro ognuno di noi e che la vita sociale per come concepita tende a farci tenere nascosto fino a portarci, in molti casi, a soffocarlo senza pietà eppure con dolore indicibile. Riuscire a mettersi in contatto con lui per poi farlo uscire e fargli capire che non deve avere nulla da temere dal mondo esterno è la più grande sfida che un uomo o una donna possono porsi, perché il mondo è davvero un posto pericoloso, la vita è davvero dura e di per sé parca di pietà e le cose delicate, sensibili, belle (passatemi l’uso generalista dell’aggettivo) devono lottare con tutte le loro forze per sopravvivere. Far accettare tutto questo alla parte di noi più delicata e sensibile è tutt’altro che facile e spesso molto pericoloso e questo fa sì che la maggior parte di noi nasconda dentro di sé un bambino interiore terrorizzato. Invitarci a superare questa paura paralizzante è proprio ciò che ha voluto comunicare Esperanza Spalding, prendendo lei stessa per mano il suo bambino interiore e portandolo nel mondo, facendolo conoscere a tutti noi, facendogli vivere la vita così come canta nell’undicesima traccia dell’album: “Funk the fear / Live your life”.

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