BOMBINO LIVE @ RIDOTTO DEL TEATRO REGIO DI PARMA – BAREZZI OFF SENSES

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24.09.2015

Prima di recarmi al concerto organizzato per la rassegna Barezzi Off Senses avevo solo sentito parlare vagamente di Bombino. Sapevo che stile di musica proponeva e sapevo che si trattava del tipico “blues sahariano”, o African Blues se preferite, già portato alla ribalta da artisti come Ali Farka Touré e Tinariwen. Cosa mi ha spinto dunque a comprare il biglietto e assistere allo spettacolo? Vari fattori, fra cui anche il prezzo decisamente abbordabile, ma soprattutto la voglia di cogliere l’opportunità di vedere e soprattutto sentire dal vivo un artista così lontano dalla nostra mentalità, dalla nostra cultura, eppure ormai trasformato in un suo prodotto. Non dimentichiamoci, infatti, che Bombino è ormai un artista di fama mondiale, con un contratto discografico, una strategia di marketing alle spalle e qualcuno che su di lui ha investito e investe un ingente quantitativo di denaro. Il suo ultimo album “Nomad” è stato prodotto dal frontman del duo statunitense The Black Keys, Dan Auerbach, e pubblicato dalla Nonesuch Records – etichetta discografica di proprietà della Warner Music Group – che ha il pregio di aver editato un gran numero di ottimi artisti fra cui, tanto per citarne alcuni, Björk, Youssou N’Dour, Pat Metheny, Buena Vista Social Club e gli stessi The Black Keys. Come il retaggio culturale di Bombino possa conciliarsi con il capitalismo dell’industria discografica statunitense ancora non mi è ben chiaro. Ciononostante il pregio innegabile di un tale impensabile matrimonio è il fatto di aver garantito al sottoscritto, come pure al pubblico presente quella sera nel ridotto del Teatro Regio di Parma, di assistere a uno spettacolo che difficilmente avremmo avuto l’occasione di vedere e soprattutto sentire standocene comodamente nella nostra città. I biglietti sono andati sold out e l’atrio del Teatro Regio è stipato di persone. Il range d’età varia dai 22/23 anni ai 60 suonati e superati, in questo senso la musica di Bombino è decisamente trasversale. Il concerto si terrà nel ridotto, all’ultimo piano del teatro, per cui verso le 20.30 le maschere fanno defluire lentamente la folla su per le larghe scalinate che portano al piano superiore. Dalle due piccole balconate che si affacciano sulla scalinata spuntano due cantanti lirici, un uomo e una donna, vestiti in costume di scena cinquecentesco che cantano un’aria leggera che purtroppo non riesco a identificare a causa dell’inteso brusio creato dalle voci dei presenti e dallo scalpiccìo dei loro piedi sugli scalini. Ai lati della scalinata, delle ragazze vestite di tuniche bianche di taglio ellenico distribuiscono strisce di carta sulle quali sono stampate frasi sibilline. Su quella che consegnano a me sta scritto: “La città infernale è quella che abitiamo ogni giorno, è la città che abitiamo stando insieme. Puoi accettarla e diventarne parte finché non te ne accorgi più oppure puoi cercare chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”, una parafrasi da “Le città invisibili” di Italo Calvino. Nel ridotto, il pubblico è seduto sul pavimento di parquet in attesa che il concerto abbia inizio. Due enormi lampadari di cristallo si librano in sospensione sulle nostre teste, mentre sul telo bianco affisso dietro il palco vengono proiettate le immagini di tutti gli artisti che si esibiranno nelle altre serate organizzate per la rassegna Barezzi Off Senses. Il concerto inizia circa un’ora dopo l’orario indicato sui biglietti. Il set si apre in acustico, ma solo per un paio di canzoni, poi Bombino esorta il pubblico ad alzarsi in piedi e imbracciata la chitarra elettrica ci catapulta di colpo nel suo African Blues, con un’energia che crescerà costantemente per tutte le due ore di concerto. Il ridotto di un teatro non è certo il primo posto che ti viene in mente quando pensi che andrai ad ascoltare un concerto di questo tipo, ma in realtà la scelta si è rivelata azzeccata. Le pareti finemente decorate da affreschi e fregi raffiguranti episodi della mitologia greca, gli enormi lampadari di cristallo e la Musa della musica che troneggia sulla volta creano un contrasto elettrico con l’energia primitiva che scaturisce dalla musica di Bombino e dalle danze a tratti sfrenate del pubblico, fra tempi shuffle e reggae che a volte ricordano molto da vicino i Police di Reggatta De Blanc. Gran parte dei pezzi che compongono la scaletta vengono dall’ultimo album “Nomad”, i restanti dagli album precedenti. Il concerto fila liscio e adrenalinico, il batterista è infuocato e si afferma come il vero e unico primo motore immobile della band. Gran parte del successo della serata lo si deve a lui e al lavoro coscienzioso e pulito del bassista. Grazie a loro il pubblico non ha mai smesso di muovere le chiappe. Bombino è un piacere da ascoltare e si vede che mentre suona ci mette tutto sé stesso e crede in quello che sta facendo – che il suo qui e ora è proprio dove si trova adesso e che non vorrebbe essere da nessun’altra parte. Non siamo davanti a un mostro di tecnica musicale, ma non importa, non è questo il punto. Quello che Bombino fa è suonare un genere ben determinato e ci riesce con successo, mettendo in comunicazione due concezioni del rock blues: quella americana dei campi di cotone con quella africana delle dune del deserto. Il figliol prodigo incontra il padre ormai vecchio e pressoché dimenticato. Quando Bombino suona, attraverso la sua musica ci comunica l’incontro fra il rock blues americano e il sogno di un ragazzo nigeriano di diventare un musicista sulle orme di Jimi Hendrix e Mark Knopfler (due dei suoi grandi idoli e punti di riferimento, almeno stando a quanto si dice nelle numerose biografie che circolano in giro per la rete). In tutto questo non residua un grande spazio per l’impegno politico. Siamo davanti a un ragazzo che è riuscito a realizzare il sogno di diventare un chitarrista di fama mondiale, non stiamo guardando e ascoltando un rivoluzionario che vuole usare la sua musica per amplificare il suo messaggio politico. Questo si può evincere facilmente anche dalla lettura dei testi del suo ultimo album. Soltanto in uno di questi – “Imuhar” – potrebbe essere identificato una qualche sorta di messaggio politico e comunque molto edulcorato. Per questo ritengo che dipingere Bombino come un artista rivoluzionario e impegnato nel tramandare la cultura Tuareg non sia corretto. Ciononostante, abbiamo assistito a un buon concerto, uno di quelli nella norma. Avrebbe potuto essere molto di più – poteva essere un’esperienza mistica – ma così non è stato. Il gin tonic era di qualità, ma il barista era stretto di manica. Il pubblico però si è divertito, ha ballato, sorriso e sudato sulle note di Bombino – sotto il trono e lo sguardo vigile della Musa che ci osservava dalla sommità della volta del ridotto – unito dalle armonie scarne e a tratti abrasive che soffiavano sferzanti fra i corpi accaldati, sfregando sulla pelle come sabbia sottile.

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