Almeno lui

*

La cosa più sorprendente nell’assistere al suicidio di un uomo che sceglie di buttarsi sotto al treno della metropolitana è il rumore. Nessuno è in grado di immaginarsi il suono che scaturisce dall’impatto, a meno che non lo abbia sentito almeno una volta nella vita. Non riesco ad immaginarlo nemmeno io e non capisco come sia riuscito a pensare a qualcosa di simile.
Rilassa, rilassa.
Espira.
– …dicevo a lui.
– Era quasi–
– Come la sua barba!
– Ma no! – urlò Vincenzo, mettendosi poi a ridere fissandomi negli occhi.
Aveva gli occhi grigi e lucidi e i capelli rasati. Quegli occhi, due palle che si stagliavano nette lì, in mezzo a quel teschio. Che razza di uno sguardo da allucinato, però mi stai simpatico, sai? Lo so che non te l’ho mai detto e che ci siamo incontrati solo poche ore fa, ma già mi piaci. Sì, te lo dico io. Anzi, te lo direi però—
Inspira, babe.
Rilassa. Rilascia.
– … è successo— Jungle Jay fece roteare le bacchette fra le dita – circa tre anni fa, se non sbaglio.
Le bacchette continuavano a roteare con grazia, mentre lui parlava con lo sguardo rivolto al soffitto e la bocca che, nelle pause, rimaneva in posizione semiaperta, come ebete.
– Esatto. Però i cani li hanno trovati parecchi mesi dopo – si sistemò meglio sulla poltrona – gran brutto affare.
– Quali cani? – riuscii a rompere la cortina dei miei pensieri – Buona questa roba, Adam.
– Bella violenta, eh? – prese l’accendino e riaccese il mozzicone di canna, tirando una boccata avida.
– A questo punto mi sembra giusto renderti edotto, mio caro, su alcune vicende legate a questa casa. A questa stanza, oggi adibita a sala prove, nella fattispecie.
Nel terminare la frase espulse il fumo bianco e denso e lasciò cadere il braccio lungo il fianco destro. La bottiglia di birra nella mano sinistra tremò.
– Ti prego comunque di non impressionarti e–
– Parla sempre così? – mi rivolsi a Vincenzo, trattenendo le risate.
– Tranquillo. Diventa aulico quando è stonato.
Annuii facendo spallucce. Buono a sapersi.
– Per cui, bando agli indugi, procediamo con la narrazione! – innalzò la bottiglia di birra e bevve convulsamente, versandosene buona parte sul maglione grigio e sul basso che teneva appoggiato sul ventre, sicché sciorinò un turbinio di bestemmie e improperi a mo’ di prologo.
A quanto pareva, Il Vecchio non badava troppo alla gente a cui affittava il piano di sopra, vista la varietà degli inquilini nel tempo. Costui era il contadino proprietario della casa in cui i ragazzi avevano adibito una delle stanze a sala prove. Dal di fuori il decadimento sembrava evidente e ormai irreparabile, ma l’interno ispirava ugualmente un senso di solidità.
– Senonché, dopo la famiglia indiana vi furono le due pulzelle francesi. Decisamente singolari, seppur in coppia.
– Vivevano qui, con nove cani e un gatto bianco! – sbottò Jungle Jay, interrompendo Adam e perdendo il controllo di una delle bacchette roteanti, che volò sotto il sostegno del rullante, non prima di aver colpito il piatto del crash.
Dal fragore cristallino che progressivamente andava affievolendosi emergeva sempre più netta la voce di Adam, il cui discorso era proseguito del tutto indifferente alle interruzioni. Due donne, nove cani e un gatto. Si presta ad una miriade di interpretazioni, dalle più innocenti alle più perverse. Forse una buona barzelletta.
– Ciò che è certo, al di fuori di ogni ragionevole dubbio, è che quelle genoveffe d’oltralpe consumavano quantità perverse di burro d’arachidi. Così come dimostrato dalle indagini condotte da me personalmente fra i loro scarti – proclamò un solenne Adam, alzandosi in piedi – un lavoro ben indegno, ma qualcuno doveva pur vederci chiaro – e si inchinò leggermente facendo oscillare il basso che portava a tracolla.
Scoppiammo tutti a ridere e J.J. accennò un paio di scambi ben pestati sulla batteria.
Chissà cosa succederebbe se un batterista riuscisse a rendersi conto di quanto tempo della sua vita ha battuto e contato e sezionato e scomposto.
Inizio a diventare sentimentale, lo sento. Così come sento la tensione al braccio sinistro diminuire progressivamente, un tiro dopo l’altro. Che roba buona. Non al livello di quella che mi passano i ragazzi dell’Associazione, ma di tutto rispetto. Stare senza bastone ancora non mi pesa, però.
E’ passata solo un’ora, bello mio.
Avrei detto almeno un paio, ma ce la faccio. Vedrai. Lo sento, così come sento–
– Riproviamo la Uno, forza. – Adam stava accordando lo strumento.
Jungle controllava l’avvitatura dei piatti del charleston.
– Improvvisa tranquillamente, Dave – disse Vincenzo, spegnendo nel posacenere una di quelle sue sigarette fatte a mano e decisamente fuori misura.
– OK, nessun problema.
Presi il microfono e provai il volume della voce.
C’era qualcosa che mi sfuggiva. Che fine avevano fatto le francesi e i cani?
Il gatto sicuramente doveva essersela cavata. Roba buona.

* *

Cosa pretendevi?
Ci hai provato, d’accordo. Sul serio, cosa credevi? Pensavi di poter sfuggire l’inesorabile verità?
Sei malato. La forza di volontà aiuta, ma lo fa fino ad un certo punto e soffre del processo di lenta erosione, così come il rivestimento dei tuoi neuroni. La guaina. Pensaci: cavi scoperti, corto circuito progressivo e tu impotente spettatore di questa annunciata disfatta.
Non sederti, appoggiati soltanto alla porta. Un minuto, cosa vuoi che sia? Fallo sembrare normale… no, meglio che sembri naturale. Certo, mi appoggio naturalmente alla porta, come se fosse strano fare qualsiasi altra cosa. Non c’è nient’altro da fare, la soluzione è qui che risplende in mezzo a Noi. Appoggiarsi.
– Dai, bene Dave! – Adam si stiracchiò per raggiungere la bottiglia di birra sulla mensola di legno alla sua sinistra, cercando di spostarsi il meno possibile e soprattutto di non far sbilanciare il basso che, muovendosi, avrebbe sicuramente falciato un buon numero di bottiglie di birra vuote situate sempre sulla suddetta mensola. L’operazione andò a buon fine, non senza un sostanzioso sforzo fisico che si sarebbe potuto evitare semplicemente accettando di spostarsi di poco e avvicinarsi alla mensola.
– Sì, ecco – assestandomi notai che il fonoassorbente che rivestiva la porta non era poi così spesso come pensavo – di solito preferisco cantare in italiano quando improvviso, usando parole a caso.
– Certo, certo. Fai come più ti aggrada. – Adam trangugiò l’ultimo sorso di birra bevendo a collo dalla bottiglia, mentre la sua mano destra protesa compiva un buon numero di svolazzi, come per spingere la sua risposta fino a me.
Una volta che ebbe terminato di bere si sfilò il basso a tracolla, lo appoggiò sul sostegno di fianco all’amplificatore e si diresse svelto verso la sua giacca, appesa al muro. Dalla tasca destra estrasse un astuccio nero che già prima lo avevo visto utilizzare. Soddisfatto se ne tornò verso l’amplificatore, sedendovisi sopra e sporgendosi per recuperare un involucro dalla custodia del basso.
– Hei, Vins – appoggiò l’astuccio sulle gambe, che teneva accavallate, e iniziò a rovistarvi freneticamente dentro – come hai detto che si chiamava?
Le dita di Vincenzo si fermarono. La sigaretta che stavano rollando prometteva di essere una delle più fuori misura della serata. I suoi occhi, fissi, salirono ad intercettare lo sguardo di Adam grazie ad un fluido movimento del collo.
– Alleluia – Adam estrasse un pezzo di cartoncino dall’astuccio e iniziò a plasmarlo con soddisfazione fissando Vincenzo di rimando per qualche secondo.
– Lascia perdere, mi ritrovo, ahimè, vittima di un lapsus. Anzi, ma che dico? Una dimenticanza, certo. Sapete che le dimenticanze sono contagiose? Una malattia che a volte sarebbe salutare contrarre. C’è chi la cerca nel vino, chi nelle puttane. Meglio essere troia per passione o puttana di professione? Ad ogni modo, a ognuno il suo.
Andai a sedermi su uno sgabello da batteria fra Vins e Adam.
Prima di saperlo era tutta un’altra cosa. Certo, qualche volta mi era capitato di pensarci. Quando hai qualcosa da perdere ci pensi, ma ero sempre riuscito a scrollarmi di dosso il pensiero guardando al futuro con il paraocchi dell’ottimismo. Poi un bel giorno sei lì, stai scaricando il trombone dalla macchina, pronto per andare in scena, la gamba sinistra aveva fatto la matta tutto il giorno. Carenza di potassio, certo. Cosa vuoi che sia? Chiudi il baule, impugni la custodia del tuo strumento e ti avvii deciso. Senonché rovini a terra, vittima di una gamba sinistra che non è più tua e cerchi invano di rialzarti, appesantito dallo stupore di chi ti circonda. Ti scusi, abbozzi una pretesa di essere inciampato, un calo di zuccheri, lavori troppo e quant’altro, ma nel frattempo il seme è piantato e il dubbio germoglia precoce.
Fu un bel concerto, quella sera. Il teatro era pieno e il direttore d’orchestra si complimentò in particolar modo con la sezione fiati. Impiegai venti minuti per alzarmi dalla mia postazione, durante i quali rimasi da solo nella buca e finsi complicate operazioni di manutenzione sul mio strumento per non destare l’attenzione.
Cinque anni dopo sono qui, in questa sala prove sperduta fra il cavalcavia di una tangenziale e stradine che districandosi dalla matassa urbana si inoltrano nella pianura semideserta–
– …per me. Tieni…
Cercando di stare al passo con questi ragazzi, solo perché non si può mollare, non puoi.
– …ma nemmeno. Hei, Dave! – Adam sventolava un gigantesco spinello, una torcia, nella mia direzione – Prendi, ti fa bene.
Presi, tirai e mi fece bene. Potevo sentire chiaramente le molecole di tetraidrocannabinolo insinuarsi in ogni singolo capillare del mio cervello, le sentivo una ad una. Avevo la netta sensazione che il mio lobo frontale pulsasse, che si stesse gonfiando, questo era il buon vecchio segnale, la botta stava arrivando.
Adieu mes amis.
Détendre.
Respirer.
Non puoi mollare, ma com’è quando realizzi che non puoi fare qualcosa? Che quel qualcosa ti è proibito?
Non è mancanza di impegno e di certo non manca l’attitudine, ma non ci riesci. Il limite di cui tanto avevi sentito parlare è lì, davanti ai tuoi occhi. Lo puoi toccare, è come il metallo freddo, anche se non ha corpo. Come il metallo ti contunde impietoso quando provi a far finta che non esista o semplicemente, solo per un attimo, hai smesso di pensarci.
Vuoi il lato divertente? Per ora ti svelerò quello ironico: sei tu stesso il problema. Sei un problema consapevole. La ciurma si è ammutinata e tu sei il capitano appeso all’albero maestro, inebetito, lasciato vivo per contemplare lo scempio fino a che non sarà il momento di abbandonare la nave che affonda e tu, da buon capitano, dovrai rimanere lì ad affondare con lei.

* * *

Che fine avevano fatto i cani?
Mi rivolsi ad Adam, tutto assorto nel tentativo di infilare il basso nella custodia senza far cadere o, peggio, spegnere l’ennesima canna che spuntava all’angolo destro della sua bocca.
– Ma… i cani?
– Brutta storia, vero? – bofonchiò Adam, prima di riuscire a rinchiudere il basso nella custodia. Sembrava molto soddisfatto.
– Sì, ma come è finita?
– Ah già, il finale – l’euforia iniziava a farsi strada nei suoi occhi – ogni storia che si rispetti deve avere un finale, tale da rendere ben speso il tempo trascorso ad ascoltare o leggere tutto ciò che è venuto prima!
Si alzò di scatto alla ricerca frenetica di qualcosa, lo sguardo febbrile e il movimento afono delle labbra. Vincenzo stava appoggiando la chitarra al muro e allungandosi per raggiungere il marsupio, per terra, di fianco all’amplificatore, mentre J.J. in silenzio smontava pezzo per pezzo la batteria.
Les jeux sont fait.
Tu es foutu.
– Non è finita granché bene. Non dico che si sarebbe dovuto intuire, ma perché no?
Di nuovo appollaiato sulla cassa del suo amplificatore, con in grembo l’astuccio del tabacco la cui ricerca era durata qualche minuto, Adam rollava una sigaretta dopo l’altra.
– Non è ben chiaro cosa facessero con tutti quei cani, anche se loro sostenevano di essere delle veterinarie. Fatto sta che un bel giorno sono sparite nel nulla. Questo, poco prima che il Vecchio si decidesse ad affittarci questa stanza.
Il braccio di Adam percorse un arco nell’aria, seguendo il profilo del soffitto costellato di piccoli ganci di metallo ricurvi come punti interrogativi. Qua e là, con cadenza regolare, dei pannelli fonoassorbenti ricoprivano gran parte della superficie, rendendo la stanza più buia.
– Una bella sera, il figlio del Vecchio, era tornato qui a parcheggiare il trattore – Adam esitò, grattandosi il mento e bruciando parte della barba con la sigaretta che teneva fra le dita – Salario, mi pare si chiamasse…
– Saverio – esordì Vincenzo, attraverso una nuvola di fumo.
J.J. rideva, mentre giocava con la bacchette appoggiato al muro.
– Sì, ecco! Saverio… Salario… LUI insomma: ovverosia Egli nella somma delle sue parti tutte. Dicevamo?
– Non credo di–
– Il trattore, sì certo – proseguì Adam, senza badare a me – quando avevo diciassette anni ne ho guidato uno, così vecchio che con tutta probabilità erano già morti perfino i nipoti di chi lo aveva costruito. Uno spasso, comunque.
Rise forte e bevve d’un fiato circa metà della bottiglia di birra che teneva sempre sullo scaffale, sempre più colmo di vuoti a rendere.
– Il buon Saverio quindi, quella sera, parcheggiò il suo bel trattorino sotto al portico del fienile, come da sua consuetudine. Senonché, mentre si dirigeva verso il furgone, ansioso di tornarsene a casuccia bella, notò qualcosa di diverso. La piccola Twingo grigia delle ragazze francesi era scomparsa, insieme alle numerose ciotole dei cani e a tutti quegli oggetti che, giorno dopo giorno, avevano reso quella casa una dimora e non un semplice edificio. Notò la manifestazione dell’assenza, per così dire.
– Non siete mai venuti a sapere niente? – domandai – Sal… Saverio avrà pur cercato di scoprire cos’era successo.
– Se ci ha provato, non ha avuto fortuna – sentenziò Adam – in ogni caso era troppo occupato a bestemmiare l’Olimpo di tutti gli dei che l’uomo abbia mai invocato nel corso della sua storia per gli affitti arretrati che non avrebbe mai più rivisto.
– Quel ragazzo rivela una sorprendente preparazione teologica, con la giusta motivazione – aggiunse in tono assorto.
L’atmosfera della stanza era ormai densa di fumo e Adam iniziava a mostrare segni di cedimento. I capillari dei suoi occhi infiltravano il cielo bianco del bulbo oculare come rossi rami spogli di alberi incandescenti e la luce nelle sue pupille era offuscata da una lieve coltre di stupor, mentre la parte superiore del suo corpo ondeggiava appena, seguendo un ritmo che solo lui poteva sentire. Se ne stava lì, a gambe incrociate come un Buddha post-moderno, i polsi appoggiati sulle ginocchia. Nella mano destra, gli ultimi bagliori di una canna. Nella mano sinistra, una bottiglia di birra che aveva ormai assolto il suo compito.
Jungle Jay aveva finito di smontare e riordinare tutti i fusti della batteria, che ora giacevano in mezzo alla stanza, pronti per essere caricati in macchina. Anche Vincenzo aveva sistemato tutte le sue cose e ora sedeva tranquillo, di fianco al suo amplificatore, con il posacenere su un ginocchio e l’ennesima, ingombrante, sigaretta accesa fra le dita. Non sapevamo bene di cosa parlare, forse avevamo finito gli argomenti, di certo la stanchezza non aveva rapito solo Adam, che ora ondeggiava vistosamente, canticchiando un motivetto funky sotto voce, ad occhi chiusi. Vincenzo e J.J. sbadigliavano sonoramente e, anche se non fumavano erba, sembravano trasognati, forse a causa del fumo passivo.
Il primo a rompere gli indugi fu proprio Adam che, passando da un dondolio catatonico ad una silenziosa operosità con sorprendente facilità, ora riordinava con precisione e velocità le sue cose, lo sguardo basso e concentrato sul lavoro.
– Se avete bisogno di una mano a caricare qualcosa io—
– No grazie, mio caro – esclamò Adam, fissandomi oltre la coltre rossa dei capillari, ancora più spessa di prima – non necessito di aiuto alcuno, ma ti ringrazio.
– Cionondimeno – proseguì dopo una breve pausa – sono convinto che il buon Jay Jay apprezzerebbe un supporto.
Jungle sembrava imbarazzato dalla domanda. Non lo biasimo, dopotutto come fai a chiedere ad un uomo che versa nelle mie condizioni, di aiutarti a trasportare oggetti pesanti e delicati come sono i pezzi di una batteria? Sì, avrei dovuto stare buono e zitto, imbustare il mio microfono e tenere l’imbarazzo per me risparmiandolo agli altri.
– No, sul serio, non ti preoccupare – disse J.J. – tre giri e ho finito!

****

Con la scioltezza che connota i gesti talmente frequenti da essere diventati automatici i ragazzi avevano caricato tutti gli strumenti sulle rispettive macchine. Non si fidavano a lasciare le loro cose là dentro, aveva detto Adam. Già due volte dei presunti ladri erano riusciti a forzare la porta di ingresso e anche quella della sala prove, ma non avevano rubato nulla, solo creato della gran confusione. Ciononostante, riportare tutto a casa era la scelta migliore, seppur la più scomoda, aveva ripetuto Adam in un paio di occasioni.
Lì fuori, sul tratto di asfalto antistante alla casa, il vento soffiava deciso, ammorbidito e raffreddato dall’umidità elevata che le abbondanti piogge dei giorni precedenti avevano lasciato come segno del loro passaggio e come monito del loro quasi certo ritorno.
Adam ora dondolava per cercare di scaldarsi e anche per riprendere un minimo di controllo del pensiero cosciente, lo sguardo fisso verso il ponte della tangenziale che si stendeva fra i campi a non più di duecento metri dalla casa.
Si rivolse a me, interrompendo la contemplazione, ma non il dondolio.
– Bene, Davide. Se anche i miei compari sono d’accordo, ma non vedo perché non dovrebbero esserlo, direi che dobbiamo assolutamente fissare almeno una seconda prova.
– Certo, come no!
Come no… troppo veloce, mio caro. Troppa enfasi, per Dio.
– Abso-fucking-lutely, come direbbero nei cari vecchi States – rincarò Adam.
– La settimana prossima come la vedi, eh Dave? – si fece avanti J.J. che fino a quel momento aveva armeggiato con il baule della macchina, straripante dei fusti della batteria.
– Come no, direi che possiamo—
– Allora è fatta! – esclamò Adam, battendomi la mano sulla spalla – la prossima settimana, un giorno qualsiasi, scegli tu, noi ci saremo.
Glielo devi dire. Diglielo che non ce la fai, diglielo che non ci riesci, che non ci puoi riuscire. Perché li illudi così? Perché ti illudi?
– Forse è il caso che—
–Ma certo, certo, dobbiamo risentirci.
Adam si stava avviando verso la sua macchina.
– Mettiamoci d’accordo. Ma non ora, fra qualche giorno. Pensiamoci su e scegliamo il giorno migliore per tutti.
– Magari nel weekend… – disse timidamente J.J.
– OK – disse Vincenzo, tornando prontamente nel mutismo che lo aveva colto da quando erano iniziate le operazioni di carico.
– Weekend, bene – non mi riuscì di dire altro.
Il momento dei saluti era finalmente giunto. Li guardai entrare nelle rispettive macchine, accenderle e partire, e zoppicando raggiunsi la mia macchina che avevo avuto l’accortezza di parcheggiare a non più di due metri dalla soglia della casa. Aprii la portiera e presi il bastone, la gamba sinistra aveva ricominciato a fare la matta, il braccio sinistro era rigido. Non potevo guidare, non ancora, avevo bisogno di erba. Una canna, una torcia, meglio un torcione.
Dove la nascondi, Dave caro?
Dove?
Un amico falegname mi doveva un favore anni fa, così gli chiesi di costruirmi un bastone su misura, un gran bel bastone per Dio, in noce, e aggiunsi che avrebbe dovuto ricavare un piccolo scomparto all’interno dell’impugnatura a T. Le specifiche le avevo fornite io stesso, ed erano inderogabili. L’incavo, circolare, avrebbe dovuto essere lungo undici centimetri, ne più ne meno, e il diametro non doveva, per nessun motivo, essere al di sotto del centimetro. Infine, all’estremità opposta, il mio caro amico avrebbe dovuto operare un foro abbastanza piccolo da consentire, al massimo, l’inserimento di una graffetta opportunamente raddrizzata. In questo modo, l’impugnatura, e di conseguenza il bastone, avrebbero avuto dimensioni al di sopra della media, ma la mia stazza tutt’altro che esile, rendeva la questione superflua.
Il tutto doveva essere sigillato in modo che l’esistenza dello scomparto risultasse quasi invisibile a chi non ne era a conoscenza, cosa che era stata resa possibile grazie all’intaglio molto preciso un piccolo tappo in noce, che una volta inserito sembrava fondersi nel manico, mentre i contorni del foro sparivano nell’unione delle venature del legno. Magistrale.
Zoppicai per qualche metro e andai a sedermi nel prato che si spandeva davanti e tutt’intorno alla proprietà. Presi il portachiavi, tolsi la mia fida graffetta dal mazzo di chiavi e dopo averla debitamente spianata la inserii all’interno del piccolo foro situato sulla parte anteriore del manico del bastone, impaziente, ma con cautela. Sentii la graffetta penetrare senza alcuna resistenza, la sentii infilzare qualcosa di granuloso, sentii una lieve resistenza e spinsi con più decisione. Sulle mie ginocchia, vicino al piccolo tappo di legno, giaceva la ricompensa. Una canna perfettamente rollata, che senza indugio afferrai e accesi.
Dopo dieci anni passati là dentro, al Conservatorio, a sputacchiare ossessivamente nel trombone, il ricordo più vivido è il profumo del glicine. Wisteria.
Di Berkeley ricordo poco e un cazzo. Tre anni sciacquati dall’alcool direttamente nel tubo di scarico del cervello, sbrodolati con contrizione nella tazza del cesso, giorno dopo giorno li ho osservati galleggiare oscenamente molli prima di tirare lo sciacquone. Vorrei vedere voi davanti alla vostra sentenza di morte, lenta e impietosa, una progressiva sclerotizzazione cerebrale. Tutto era servito a Niente. Niente era servito a Qualcosa, figuriamoci a Qualcuno.
Non so cosa mi abbia spinto a rispondere all’annuncio di quei ragazzi. Sono stati molto comprensivi e dopotutto ho cantato niente male. Il talento è sempre lì, è il freddo limite di metallo nervoso ad essere sempre più vicino. Inesorabile rischia di essere fin riduttivo. Continua a spingere e io posso solo ritrarmi in me stesso, accettare mutilazioni virtuali, grottesche, che col tempo assumono letale realtà.
Quelli dell’Associazione non fanno altro che ripeterci che non dobbiamo mollare, mai. Fanno questo e ogni tanto ci regalano qualche spinello, bravi ragazzi. Allora forse stiamo parlando di eccesso di ottimismo, ma ad ogni modo ciò che conta è che all’annuncio ho risposto, ho creduto alle mie stesse vane promesse. Dopo aver progressivamente perso il controllo degli arti della parte sinistra del mio corpo, e con esso la possibilità di suonare la maggior parte degli strumenti, ho deciso che avrei provato con l’unico strumento che ancora poteva funzionare bene, la voce.
Last call, my dear.
Non ha funzionato. Solo ad un terzo della sessione di prove i miei polmoni avevano già accumulato un debito di ossigeno talmente alto da minacciare di destabilizzare la situazione finanziaria internazionale.
Sei stanco David, caro?
Riesci a guidare?
Fumare riempie lo Spirito di opacità senziente, non trovi?
Sì, no e abso-fucking-lutely.
Ormai è tempo di andare e di lasciare andare. Seppellire il passato significa accettare il presente. Accettare di seppellire il presente a causa dell’odore della morte, così pungente da farci spalancare gli occhi, cosa significa?
In un tempo che mi sembrò talmente lungo da farmi sorridere amaramente, mi alzai, andai a prendere il microfono nell’auto, tornai indietro e, in ginocchio sull’erba, iniziai a scavare usando il manico del bastone come una zappa. Le estremità finemente levigate del manico non si rivelarono molto efficaci nel penetrare il terreno, anche se umido. Iniziai a sudare, potevo sentire il calore corporeo che emanavo contrastare il vento che continuava a soffiare freddo, umido e impietoso.
Decisi di provare a scavare in un qualche punto più avanti, dove la terra avrebbe potuto essere più malleabile, ma anche no. Alzarsi era fuori discussione, richiedeva troppo tempo. Iniziai a strisciare, aiutandomi con il bastone, e notai con piacere che in orizzontale potevo essere un perfetto scalatore. Dopo una paio di metri trovai una zona di terra smossa e ripresi a scavare. Stava funzionando, le zolle si smuovevano con facilità, ma un luccichio insolito attirò la mia attenzione. Posai il bastone e presi a smuovere la terra umida con le mani, il luccichio si fece più nitido e assunse un tono vitreo, sinistro. Presi a scavare più velocemente e subito balzai di lato urlando.
L’immagine del cranio canino semi-decomposto che le mie mani avevano dissotterrato sembrava impressa a fuoco nelle mie retine. Riverso a terra, tremante, vedevo la luce della luna filtrare attraverso un piccolo squarcio fra le nuvole basse e riempire l’orbita senza vita di quell’orrendo, selvaggio, teschio.
Inspira.
Rilassa.
Espira.
Presi a ridere forte, isterico. Ecco il lato divertente: capii che fine avevano fatto i cani.
Se non altro, qualcuno, nel mondo, la pensava come me. Le francesi dovevano aver deciso che se i cani non potevano andarsene con loro non sarebbero andati con nessun altro e il pensiero non mi scuoteva più di tanto, mi augurai solo che si fossero premurate di non farli soffrire troppo. Uccidere l’oggetto del proprio amore è una pratica più comune di quanto si pensi, un falso paradosso e spesso la sola, allucinata, via d’uscita per menti incapaci di scindere i concetti di amore e possesso morboso, mortifero e fine a se stesso. Mi feci forza e mi sollevai sul ginocchio destro e richiusi la buca sforzandomi di ignorarne il contenuto, che comunque non voleva saperne di abbandonare la mia mente. Ricominciai a scavare, poco lontano, una buca molto meno profonda, sperando di non trovare qualche altra sorpresa e vi deposi il microfono. La luce della luna, che ancora filtrava, si rifletteva sull’intreccio metallico della capsula e l’immagine del muso decomposto del cane tornò a tormentarmi, ma venne subito sostituita dal ricordo della mia prima insegnante di musica. Avevo sette anni e mi avevano detto che avrei dovuto provare il pianoforte, se non mi fosse piaciuto non ci sarebbe stato alcun problema, ma dovevo provarlo. Buffo, detestavo quella donna. Era sgarbata e troppo severa, ma non riuscì a farmi odiare la musica. Non fece un bel niente in realtà, se non infastidirmi, e infatti fu presto sostituita.
Quando ci troviamo davanti alla fine di qualcosa, il pensiero corre sempre al suo inizio.
Ricoprii la buca e il microfono e mi alzai aiutandomi con il bastone. Avevo smesso di sudare, ma ero ancora bagnato e il vento mi fece rabbrividire, così tornai verso la macchina più veloce che potevo.
Una volta dentro all’auto controllai il mio sguardo nello specchietto retrovisore, inspirai vigorosamente e misi in moto. Girando intorno alla casa per raggiungere la strada che attraverso i campi mi avrebbe riportato in città, osservai la luna illuminare il tetto, sul quale sedeva placido un gatto bianco.
Lo dicevo che doveva essersela cavata, almeno lui.

***

Copyright Filippo Mattioli, riproduzione riservata.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...