Di morte dentro sai

Jeannie Jane si stava lisciando i capelli guardandosi allo specchio ed era veramente molto, molto, molto concentrata. L’operazione era delicata, non poteva permettersi errori, sbavature, bruciature o altre innominabili, impensabili, orribili disgrazie.
Il telefono squillò e la sua concentrazione fu spezzata nel modo più violento. Ma Jane era una piastratrice esperta e seppe gestire il sussulto con maestria, evitando che il ferro rovente le andasse a deturpare il suo meraviglioso, perfetto, assolutamente desiderabile volto.
– Porca puttana! – l’imprecazione si spense nel piccolo appartamento deserto.
Il telefono continuò a squillare ancora per un tempo piuttosto lungo, poi tacque. Tutto tacque. Il silenzio era tornato padrone e perfetto compagno della concentrazione assoluta di Jane. E lei lisciava, lisciava, e lisciava ancora. Un ultimo ritocco e i capelli erano pronti, assolutamente perfetti.
Prese a vagare per la stanza, pensando a quale sarebbe stato il vestito più adatto da sfoggiare all’aperitivo con tutti gli altri ragazzi. Era una scelta davvero difficile, povera Jane. Aprì l’armadio, un mostro di legno che occupava circa i due terzi della sua spaziosa stanza da letto, e iniziò a rovistare fra la miriade di abiti che si era comprata nel corso degli anni. Ovviamente tutti acquisti più che necessari, anzi, indispensabili.
Dopo aver riversato sul letto una quantità di vestiti sufficiente a risolvere i problemi di abbigliamento di un piccolo stato, aveva trovato l’abbinamento ideale e stava ammirando il suo splendido, plastico corpo in tutta la sua perfezione davanti allo specchio, quando notò qualcosa di strano, singolare. Cos’era quello? No. Non poteva essere. Impossibile. INCREDIBILE. Una ciocca di capelli, piccola, saranno stati al massimo una decina, che rompeva la perfetta linea dell’attenti sulla quale erano in bella mostra gli altri capelli che andavano a formare la sua molto alla moda frangetta bionda. Un sogghigno di disgusto, privo di una qualsivoglia forma di pietà, distorse il suo volto da bambolina. – Calma, niente panico. Il problema è presto risolvibile – pensò Jane. – Adesso prendo la forbice e in men che non si dica tutto sarà risolto –. Una spietata calma iniziò ad impadronirsi di lei, mentre con gli occhi cercava il macabro strumento di morte e pianificava l’esecuzione di quei piccoli disertori.
Un luccichio. Le pupille si dilatano per l’eccitazione. La mente elabora la strategia: ecco le forbici. La mano si muove preda del delirio di onnipotenza, le dita si aprono e infine si contraggono sull’impugnatura. La presa è salda, il proposito fermo: i ribelli saranno eliminati.
Mano sulla morte, occhi sulla vita. Un lieve sussulto: hanno capito. L’ora è giunta, non possono muoversi. Vorrebbero scappare, fuggire e urlare, ma l’unica cosa che possono fare è tremare lievemente come se fossero stati colpiti da dardi imbevuti di curaro. Panico. Eccola che arriva, la Mietitrice, si avvicina lenta, inesorabile, sicura. Uno di loro tenta il tutto per tutto, si dimena freneticamente, la radice è debole… Cade. Suicidio preventivo: addio.
Ineludibili le fredde cesoie si avvicinano ai condannati, il boia pregusta già l’odore di sangue, si lecca le labbra con febbrile eccitazione e osserva con attenzione il punto dell’incisione. Il momento è giunto, la forbice abbraccia nella sua gelida stretta le teste dei disertori, ormai pentiti di essersi dimostrati così arditi.
La tensione è al massimo.
Piano…
Piano…
Piano…
DRIIIIIIIIIIIIIIN – DRIIIIIIIIIIIIIIN – DRIIIIIIIIIIIIIIN
Il telefono prese a squillare di nuovo rompendo il silenzio come un bicchiere di cristallo si frantuma all’impatto col suolo. Il rumore fu improvviso e quasi assordante, a causa della tremenda concentrazione di Jane, e l’impensabile accadde. La mano, ormai tesa nella somministrazione della pena, ebbe un sussulto, si alzò di qualche millimetro e infine recise le teste dei disertori ben al di sopra di dove avrebbe dovuto.
La tragedia si era consumata davanti agli occhi increduli di Jane, che ora fissava la frangetta asimmetrica allo specchio con gli occhi umidi di scettico dolore mentre la sua immagine la fissava di rimando, egualmente sconvolta. Cosa fare ora? Il panico cominciò ad insinuarsi nella mente della piccola bambolina. Non poteva uscire in quello stato, cosa avrebbero pensato di lei le sue amiche vedendola così trasandata e noncurante del suo aspetto? Sarebbe stata certamente oggetto di scherno. Lei! Non poteva sopportarlo. Voleva piangere, scoppiare a piangere fino ad annegare nelle sue lacrime. La crisi isterica stava arrivando. Sarebbe bastato accorciare tutta la frangia, in modo da uniformare il disastro provocato dal terribile errore, ma non poteva. Si sarebbe rovinato il suo look perfetto! Niente avrebbe più avuto senso. – Dovrò cambiare acconciatura, mio dio! – pensava disperata Jane, Jeannie Jane dai grandi occhi e dall’anima arida.
Nella sua disperazione ebbe la lucidità di operare una scelta: decise che non sarebbe più uscita di casa finché i capelli non fossero ricresciuti un po’ e fosse riuscita ad accorciarli come aveva avuto intenzione di fare prima che la tragedia si consumasse.
Sì, questa era sicuramente la cosa migliore da fare, non poteva, NO!, non poteva farsi vedere in queste condizioni. Cosa avrebbero pensato di lei? Non poteva fare a meno di preoccuparsene, povera piccola Jane. Jane bellezza effimera ed eterna inconsapevolezza. Jane, scaltra ed esperta conoscitrice del mondo e dei suoi modi, che ti culli nelle tue vane speranze di redenzione estetica e nel dolce torpore della tua anima anestetizzata.
Comunque, ora era tranquilla. Sapeva cosa fare e si godette la tranquillità della consapevolezza guardandosi allo specchio e ammirandosi. – Tu si che sei furba, J.J.! – disse guardando la sua immagine riflessa. Non poteva fare a meno di sogghignare, soddisfatta per la sua furbizia lucida e tempestiva.
– Vi ho fregati, miei cari! – pensò – Non si mette all’angolo la vecchia Jane! –.
La trovarono morta, settimane dopo, irrigidita davanti allo specchio della sua camera da letto, mentre fissava con tenace ostinazione, e con il suo furbo sorrisino, la sua frangetta ormai della giusta lunghezza.

***

Copyright Filippo Mattioli, riproduzione riservata.

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