Sette e mezza

Metà settimana di una come tante. Sette e mezza di sera e il sole ormai tramontato da un’ora abbondante. Non c’è ancora molto freddo fuori, una tipica temperatura autunnale italiana. Le sigarette sono finite ed è ora che esca a comprarle, altrimenti la serata difficilmente potrà essere affrontata. Indosso un maglione di lana nero, un leggero cappotto di pelle nero, una sciarpa senza pretese e mi avvio. Mi specchio nel mio riflesso sul portone del palazzo. Tutto a posto. Esco. Fuori l’aria è piuttosto secca, almeno per gli standard a cui siamo stati abituati, e l’odore dell’autunno appena sbocciato è forte e sa di nuovo ed è quasi rincuorante. Probabilmente questo odore è legato a dei ricordi molto piacevoli in qualche recesso della mia mente, perché riesce sempre a farmi sentire una lieve felicità scorrere intorno al cuore. Peccato non poter focalizzare questi episodi così belli, ma l’importante è che funzionino. Con questi pensieri esco dal cancello del mio palazzo e mi incammino verso la tabaccheria, lungo il viale alberato, e vedo la gente sfrecciare nelle macchine sulla strada di fianco a me e altra gente che mi cammina incontro e mi lascia alle sue spalle e così faccio io con loro. C’è una bella atmosfera a quest’ora in città. L’orario è sicuramente uno dei miei preferiti: c’è fermento sì, e le persone corrono ognuna verso la propria meta, ma c’è anche leggerezza. La giornata, lavorativa o meno che sia stata, ormai volge al termine e tutti sono felici di tornare a casa. Anche i più tormentati non possono fare a meno di provare un sordido piacere nella ritirata serale e tutto questo senso di speranza latente si somma e rende gli odori dell’autunno più confortevoli e il freddo ci avvolge come una coperta che promette una calda intimità, una volta che saremmo giunti a casa. Le sette e mezza. Decisamente il mio orario preferito. La tabaccheria è ancora aperta. Almeno così potrò evitare di usare quegli odiosi distributori automatici. Entro e saluto la solita donna dietro al solito bancone, ormai non devo più dire niente. Entro, saluto, lei mi da le mie sigarette, pago, saluto e me ne vado. Certi automatismi danno soddisfazione. Vai a capire tu il perché. Apro il pacchetto e mi accendo una sigaretta che, incredibile ma vero, è la prima della giornata e mi fa girare lievemente la testa, e per qualche minuto mi sento leggero. I postumi della sera prima mi hanno impedito di uscire per tutto il giorno e anche la mia dipendenza si è arresa alla stanchezza. Mi avvio lentamente verso casa, fumando, e il pensiero cade inevitabilmente sulla sera prima. E’ una questione di qualità. Non dirò che non me lo sarei mai immaginato; con la mia immaginazione sono andato ben oltre. Di certo non me lo sarei mai aspettato. Continuo a rimuginare e intanto misuro i passi. Li faccio lenti e rilassati e mi accorgo di non essermi mai goduto così tanto una passeggiata e rido al pensiero che questo debba succedere nel tragitto di duecento metri che separa casa mia dalla tabaccheria. Le piccole cose non finiranno mai di sorprendermi. Le grandi cose non sorprendono più nessuno. Arrivo davanti a casa, salgo e arrivo in camera. Fuori l’autunno continua a fare quello che ha sempre fatto. La gente ormai ha raggiunto il rifugio promesso e le strade tornano a farsi indifferenti e crudeli. Mi siedo a tavola e mangio la mia cena. Continuo a morire, ma per ora lo stomaco è pieno.

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Copyright Filippo Mattioli, riproduzione riservata.

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